MUSICA

‘Stabat Mater’, il rito che fa suonare le chiese

La "Creazione per sei voci e un Duomo" per superare il dolore

‘Chiudete gli occhi e lasciatevi guidare, attraversare dal suono che si muove intorno a voi’: è l’invito dello ‘Stabat mater’, una “creazione per sei voci e un Duomo” di Antonella Talamonti e Faber Teater, andato in scena nella chiesa dei santi Giovanni Battista e Paolo, ultima di 4 date nelle chiese dalle architetture contemporanee più belle di Milano.

“Sedetevi ed ascoltate.

Ascoltate – si legge nel libretto di sala, corredato dalla piantina della chiesa – le voci del lutto e del dolore, le voci dello scandalo della morte, le voci dell’ingiustizia contro l’innocente, le voci della perdita incolmabile, le voci della ricerca di consolazione”.

“Ascoltate i suoni che alterano il tempo, le voci che riportano nel presente, accanto al dolore di oggi, il dolore di tutti quelli che ci hanno preceduto. Per trasformarlo, superarlo e riprendere il cammino”.

E ha la potenza del rito questo spettacolo che affonda nella tradizione cattolica della settimana santa e avvolge i sensi come un bagno sonoro, rendendo gli spettatori protagonisti di un processo trasformativo che rimanda alla catarsi della tragedia greca.

Perché lo Stabat Mater è il canto che parla del dolore, dell’esperienza del dolore, dell’ingiustizia, dello scandalo, della necessità di convivere con la tragedia, di sopportarla insieme, di condividerla per superarla.

É stato concepito e scritto da Antonella Talamonti per i sei attori cantanti del Faber Teater usando lingue e dialetti diversi e ispirandosi, nella scrittura, sia alle pratiche compositive contemporanee che al repertorio orale.

La prima edizione dello Stabat, del 2007, è nata per il Duomo di Chivasso e dal 2016 è diventato un progetto itinerante che mette in suono spazi sacri molto diversi tra loro.

Durante l’esecuzione i cantanti /attori – cappotti lunghi e sguardi ieratici – portano il canto in movimento e si posizionano nei vari spazi delle chiese, dall’abside alle cappelle. Il suono si muove intorno agli spettatori, svelando le voci segrete delle chiese, in una sorta di visita guidata dall’udito che si conclude con una processione finale e il passaggio attraverso due ali di cantanti.

Prima di ogni rappresentazione, gli attori si prendono una giornata di residenza in chiesa, studiandone le voci, così che “lo Stabat – racconta Talamonti all’ANSA – non è mai uguale: se una chiesa è molto risonante bisogna essere più asciutti, se è più secca bisogna portare la voce.

Tutto ciò per mettere le persone in condizione di osservare il mondo attraverso il suono, facendo i conti con quali sensazioni, immagini, emozioni si aprono al di là del senso delle parole, perché ciò che mi interessa è mettere le persone in grado di fare un’esperienza di sé”.

Un’esperienza resa possibile dallo stesso rito che, “con il suo ordine implicito, funziona quando è condiviso e ti permette la tranquillità di lasciare andare.

La cosa terribile della morte – sottolinea Talamonti, che ha lavorato a lungo con Giovanna Marini e la scuola popolare di musica di Testaccio – è che ti scalza via dal mondo, è talmente scandaloso che ti fa venire la crisi della presenza, per ristabilirla le culture hanno riti magico-religiosi, il rito ti permette di tornare a casa, di tornare a te, sentendo il tuo dolore e sentendo che gli altri ti sorreggono, non per buona volontà, ma perché si cammina e si piange insieme, fino alla Pasqua, la catarsi che ti permette di riaffermare la tua presenza al mondo”.

Un’esperienza trasformativa che si nutre delle parole degli inni sacri, dei canti dei pescatori siciliani e delle voci dei migranti, con “voci dense di armonici che, insieme all’aiuto dello spazio – spiega l’autrice – toccano profondamente il sistema neurologico”.

I cantori e i suoni che girano intorno creano poi un effetto di spaesamento “che apre le porte mentali”.

La risoluzione del lutto si compie con la processione finale, quando “prendi con il corpo una forma risonante prima di attraversare la porta di suono finale, una porta energetica fatta di fili tirati di suono che suggellano un’esperienza trasformativa come un rito”.

Un rito “che si appoggia su conoscenza cattolica ma – conclude Talamonti – è un pensiero laico che appartiene a tutti” e di cui si potrà fare esperienza l’8 maggio a Lugnano in Teverina (Terni) e il 15 maggio a Casalborgone (Torino).

ANSA

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