CRONACA

Ciciliano: ‘A Niscemi la frana è attiva e la situazione critica’

il capo del dipartimento della protezione civile nazionale: 'Sopralluogo con componente scientifica del centro di competenza'. Il geologo: 'La frattura è destinata ad avanzare'

«Il movimento franoso è in piena evoluzione e il quadro è estremamente critico».

Lo ha dichiarato il capo del Dipartimento nazionale della Protezione civile, Fabio Ciciliano, giunto a Niscemi (Caltanissetta) per un sopralluogo e per una riunione operativa presso il Centro operativo comunale insieme al presidente della Regione Siciliana Renato Schifani e al responsabile della Protezione civile regionale Salvo Cocina.

Ciciliano ha spiegato di aver verificato personalmente la situazione durante l’ispezione dell’area colpita, documentando le condizioni anche con strumenti personali.

Secondo quanto emerso, alcune abitazioni risultano ormai irrimediabilmente compromesse e non potranno essere recuperate. Sarà quindi necessario predisporre un progetto di trasferimento definitivo per le famiglie che vi risiedevano.

Il fenomeno interessa un’area molto più ampia di quanto appaia a prima vista. «Non si tratta solo di un fronte visibile – ha sottolineato Ciciliano – ma di un intero versante collinare che sta lentamente scivolando verso la piana di Gela».

Le prime valutazioni sono state effettuate insieme al team scientifico del Dipartimento, guidato dal professor Nicola Casagli, che ha confermato la portata estesa del dissesto.

A destare maggiore preoccupazione è la parete di terreno sulla cui sommità sorgono diverse abitazioni, oggi sospese sul vuoto. Secondo gli esperti, il pendio dovrà inevitabilmente raggiungere un nuovo equilibrio naturale.

Riccardo Ferraro, consigliere della Società italiana di geologia ambientale (Sigea), spiega che i terreni sabbiosi come quelli di Niscemi hanno un limite di stabilità intorno ai 35 gradi, mentre l’attuale inclinazione del fronte di frana raggiunge gli 85 gradi. Una condizione insostenibile che rende inevitabile l’avanzamento del movimento e il coinvolgimento delle strutture sovrastanti.

Un territorio segnato da precedenti storici

Non si tratta di un evento isolato. Il 12 ottobre 1997, poco prima delle 14, un boato fece temere alla popolazione un terremoto: era invece una frana, avvenuta nelle stesse zone oggi colpite, tra i quartieri Sante Croci, Pirillo e Canalicchio. Una dinamica simile a quella registrata domenica scorsa, quando la popolazione è tornata in strada spaventata dal rumore improvviso.

All’epoca, l’allora sottosegretario alla Protezione civile Franco Barberi parlò apertamente di cattiva gestione del territorio e di degrado in un’area sottoposta a vincoli geologici. La Procura di Caltagirone aprì un’indagine per disastro colposo e circa 400 persone furono costrette a lasciare le proprie abitazioni, ricevendo un contributo mensile per l’affitto.

Nel 2000 vennero demoliti 48 edifici e anche la storica chiesa settecentesca di Sante Croci, nonostante le proteste di alcuni cittadini che tentarono di impedirne l’abbattimento. Lo stato di emergenza legato a quella frana rimase in vigore per diversi anni, con proroghe fino al 2007.

Le cronache storiche ricordano episodi analoghi già nel 1790, quando nella stessa area si verificarono cedimenti del terreno accompagnati dall’interruzione delle sorgenti d’acqua, come riportato da testimonianze dell’epoca.

L’allarme degli agricoltori

A lanciare un ulteriore segnale di preoccupazione è Coldiretti, che denuncia una situazione sempre più difficile per le aziende agricole del territorio. La chiusura delle strade e le deviazioni obbligatorie stanno costringendo gli agricoltori a percorrere decine di chilometri in più per raggiungere i campi e i magazzini, con un forte aumento dei costi di trasporto.

L’organizzazione ha offerto al Comune la disponibilità di mezzi agricoli, come trattori, per supportare eventuali interventi di emergenza e ha messo a disposizione anche la propria sede per necessità operative. «Per raggiungere le aziende – sottolinea Coldiretti – in alcuni casi si devono percorrere fino a 60 o 70 chilometri aggiuntivi, con ripercussioni pesanti sulla filiera e sulla sostenibilità economica delle attività».

ANSA

 

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