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Dammi tre parole… Internet of Things! di Biagino Costanzo, Dirigente d’azienda e Socio AIDR

“Gli uomini sono diventati gli strumenti dei loro stessi strumenti.”  (Henry David Thoreau)

IoT, ecco tre lettere magiche, Internet of Things o ancora Internet  delle cose o, se vogliamo, degli oggetti e non stiamo parlando  soltanto di computer, smartphone e tablet, ma soprattutto degli  oggetti che ci circondano all’interno delle nostre case, al lavoro,  nelle città, nella vita di tutti i giorni.

L’Internet of Things nasce  proprio qui: dall’idea di portare nel mondo digitale gli oggetti della  nostra vita quotidiana.

Questo acronimo così semplice e rapido viene oramai citato da anni,  migliaia e migliaia di volte al giorno e in tutto il mondo in  conversazioni, incontri, dibattiti, riunioni (ora, soprattutto,  conference-call…) e come spesso accade sfugge il più delle volte come  sia rivoluzionario tutto quello che vi è dietro.

Sono trascorsi più di 50 anni dalla nascita di Internet e più di 20 da  quando è stata coniata l’espressione Internet of Things, IoT ovvero  quel percorso nello sviluppo tecnologico in base al quale, attraverso  la rete Internet, potenzialmente ogni oggetto dell’esperienza  quotidiana acquista una sua identità nel mondo digitale. Come detto,  l’IoT si basa sull’idea di oggetti “intelligenti” tra loro  interconnessi in modo da scambiare le informazioni possedute, raccolte  e/o elaborate.

Le tecnologie afferenti l’IoT in questi ultimi anni hanno avuto una  evoluzione esponenziale e si sono moltiplicate, allo stesso modo di  come si sono evoluti gli ambiti di applicazione.

Pensiamo alle auto  intelligenti, alla casa intelligente, alla vasta famiglia degli  “smart”: smart city, smart factory, smart building, smart retail,  smart health, smart metering, smart environnment, smart agricolture,  smart logistics, e smart lifecycle.

Tutto questo grazie alla  interconnessione degli oggetti intelligenti.
È d’obbligo però approfondire e riflettere sulle opportunità e i  rischi che derivano dalla connettività di questi oggetti.

L’IoT è di fatto un paradigma tecnologico dal potenziale applicativo  sconfinato, in grado di incidere su competitività delle imprese,  efficienza delle pubbliche amministrazioni e la qualità della vita.

Queste tre lettere vanno bel oltre la semplice definizione ma si  traducono concretamente nel nostro quotidiano, andando oltre gli  oggetti intelligenti, appunto, assumendo un pieno significato nelle  reti che interconnettono questi oggetti stessi.

Pensiamo all’ automotive, con le auto inizialmente rese connesse solo  per motivi assicurativi tramite box Gps-Gprs e che oggi escono dalle  fabbriche già dotate di connettività a bordo.

All’ambito delle  fabbriche, dove le tecnologie IoT stanno contribuendo sia in termini  di distribuzione che dell’intero sistema, oppure alle abitazioni dove  negli anni siamo passati dal semplice impianto di allarme, alla  evoluzione della domotica cablata a soluzioni wireless sempre più alla  portata di tutti, caratterizzate da servizi in cloud e dall’uso  crescente dell’intelligenza artificiale.

Possiamo continuare con l’illuminazione pubblica delle nostre città  dove ora si è in grado di regolare la loro luminosità sulla base delle  condizioni di visibilità, oppure ai semafori che si sincronizzano per  creare la cd onda verde per il passaggio di un mezzo di soccorso.

L’Internet of Things è quindi uno schema che non conosce,  potenzialmente, confini applicativi.

Nel mondo vi sono, ça va sans  dire, Paesi più avanzati sulla materia e altri meno ma in tante zone  oramai abbiamo la localizzazione dei dispositivi medicali nei presidi  di pronto soccorso, oppure gli sci che inviano informazioni sullo  stato della neve, o dall’autovettura che dialoga con l’infrastruttura  stradale per prevenire incidenti.

Nel mondo produttivo, inoltre, l’IoT  aiuta lo scambio dei dati dagli impianti di produzione ai manufatti  per la gestione del loro ciclo di vita.

Però, come accennavo prima, tutto questo, ovvero che tutti gli oggetti  possono diventare “intelligenti” connettendosi alla rete e scambiando  informazioni su di sé e sull’ambiente circostante, è altrettanto vero  che questo processo non avviene in tutti gli ambiti, in tutti i posti  e con la stessa velocità.

Chiaramente questo dipende dall’esistenza di soluzioni tecnologiche  consolidate, dagli equilibri competitivi in un determinato mercato e,  infine, dal bilancio tra il valore dell’informazione e il costo di  creazione della rete di oggetti intelligenti.

È necessario ribadire che il paradigma dell‘IoT è  incontrovertibilmente proteso verso il futuro. Sappiamo che alla base  del concetto di Internet of Things c’è una rete di oggetti  “intelligenti” in grado di comunicare tra loro, ma dobbiamo chiederci  quali sono i trend tecnologici che decideranno il futuro dell’Internet  of Things?

Si è partiti da tecnologie quali reti cellulari, WiFi, NFC, Bluetooth,  RFId  e siamo ora ai Big Data, Blockchain, artificial Intelligence,  sempre più decisivi nel sistema IoT, perché in grado di rafforzare   nuove funzionalità, nuovi servizi e nuove opportunità di business.

Tutto questo ha alimentato la nascita di tante startup, molto attive  nell’ambito, appunto, dell’IoT e che sono propedeutiche a favorire le  tendenze dell’innovazione Digitale e a sviluppare un vero processo  della cd “digital trasformation” in molti settori.

Non soffermandoci agli ambiti propri delle applicazioni militari e  industriali che meritano capitoli a parte, l’Internet delle cose è  sempre più presente nel nostro quotidiano, basti pensare alla  possibilità di installare su ogni oggetto che ci circonda un chip, un  sensore elettronico, di fatto un piccolissimo calcolatore, dotato di  un indirizzo internet necessario per poter colloquiare con altri  calcolatori vicini e lontani.

Oggi, chi di noi non è connesso, tutti i  giorni e a tutte le ore, ad uno smartphone ma nel giro di un lustro è  presumibile che ognuno potrà (o forse dovrà) essere connesso a  centinaia di oggetti intelligenti, a loro volta connessi tra di loro e  collegati in una grande rete globale.

In questo quadro si inserisce anche l’intelligenza artificiale ma,  come ho avuto già modo di ribadire, sarebbe assurdo che succedesse  l’impensabile ovvero che l’intelligenza artificiale superi  l’insuperabile, ovvero quella umana!

Come è noto dall’intelligenza artificiale, in Giappone, è arrivata  Xiaoice, la donna virtuale che fa compagnia 24 ore su 24 a milioni di  cinesi, inoltre questo chatbot, dalle sembianze femminili, non solo  risponde in chat ai suoi utenti, ma li contatta quando sono tristi o  depressi.

Il problema però è epocale, culturale, umano in questo caso,  una cosa è usare l’IA per facilitare la vita quotidiana, il lavoro, la  salute dell’essere umano, un’altra è usarla per sostituire la vita  vera che riguarda l’umanità con i suoi dolori, le gioie, l’amore, il  sesso, le emozioni, il sudore, le soddisfazioni.

Il rifugiarsi su un  qualcosa di virtuale, impalpabile, che fa tutto quello che vuoi, ma  NON ESISTE, per la semplice paura di confrontarsi con una persona  vera, paura insomma, semplicemente di vivere la propria vita, è  davvero il problema dei problemi, ma bellamente sottovalutato.

Se pensiamo che solo questo algoritmo ha coinvolto più di 600 milioni  di utenti, in maggioranza uomini di nazionalità cinese e giapponese  con reddito basso, possiamo farci una idea sull’entità di questo  fenomeno.
Xiaoice appare sullo schermo con le sembianze di una ragazza intorno  ai 18 anni che scherza e coinvolge i propri partner scherzando con  loro e inviando testi e immagini sessualmente espliciti.

E nel  frattempo raccoglie informazioni mirando a diventare la fidanzata  ideale di più uomini nello stesso momento.

È infatti, a  questo punto, diviene naturale e necessario interrogarsi  anche su quali implicazioni possano esistere in materia di privacy e  di sicurezza in questa materia e per i dispositivi connessi.

Quando, per esempio, un attore malevolo vuole attaccare dei dati,  inficiando quindi, in qualsiasi modo, uno dei tre parametri che ne  definiscono la sicurezza, custoditi e gestiti da una parte ma  proprietà di un’altra parte, se viene dunque attaccato un sistema che  tratta dati di terzi, la privacy di questi dati viene di sicuro messa  in pericolo.

Bisogna mettere in sicurezza questo “terreno”,  tecnologico/scientifico/cibernetico, il quale sta divenendo la base,  artificiale se vogliamo, ma indispensabile non solo per il  funzionamento della società ma per la vita stessa dei singoli umani  sempre più dipendenti e incapaci di vivere al di fuori di essa.
È essenziale un’alfabetizzazione estesa dell’uso del web.

Nelle scorse settimane a seguito dell’attacco hacker alla Regione  Lazio è venuto fuori un turbinio di annunci, considerazioni,  riflessioni preoccupate come se fosse una novità. Ma l’incalzare  recrudescente degli attacchi hacker di questi ultimi anni, in Italia e  in tutto il mondo, e nel 2020-21 in particolare (per intensità e  gravità), deve imporre un diverso e concreto approccio a questa materia.

Ben venga la costituenda ANC (Agenzia Nazionale di Cybersecurity), su  disposizione del Governo Draghi e guidata dal Prof. Baldoni ma essa  deve avere tutti i poteri, le risorse economiche e competenze tali per  essere davvero IL potente strumento di analisi e prevenzione a questi  reati.

Stiamo vivendo un periodo pericolosissimo a livello di tenuta  collettiva, economica, sociale e sottovalutare questo mutamento  epocale può essere devastante anche e soprattutto in questo campo.  (https://www.aidr.it/sicurezza-digitale-una-nessuna-e-centomila/)

C’è molta disattenzione, superficialità, se non supponenza, in giro,  su queste tematiche. In molti sono convinti che anche e tutta la  tecnologia può essere gestita e domata e quindi alimenta questa  intensa fase commerciale e spinta ad un consumo passivo, acritico,  fornendo al pubblico sempre nuove opportunità e strane esperienze.

È  naturale che all’occhio del consumatore tutto questo può significare  solo progresso, un miglioramento rispetto al passato, ma questa  visione semplicistica inerente allo sviluppo dell’ambiente  intelligente non coglie i rischi sia sociali che ambientali né il  cambiamento antropologico delle generazioni future rispetto a quelle  precedenti.

Bisogna superare una sorta di paura, strisciante timore, ansia che si  possa venir buttati fuori dal godere di queste tecnologie ed esserne  esclusi o allo stesso tempo pensare e sospettare che, nel futuro,  tutto questo venga un giorno imposto dall’alto con intenti  manipolatorie e liberticide.

Quindi ancora una volta il fattore umano resta sostanziale in tutte le  cose della nostra esistenza e ancor di più oggi se parliamo di  tecnologia, scienza, IoT.

È sempre l’essere umano, si spera con una solida intelligenza e non  certo “artificiale”, a dover sapere affrontare organizzare e  armonizzare questi cambiamenti epocali e non penso solo a quelli  tecnologici e scientifici, per garantire una società sicura, evoluta e  sempre attenta all’interiorità e soggettività di ogni singolo, così da  evitare il caos.

Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai  nessuna di esse potrà porne uno.” (Einstein)

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