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Nobel per la Pace 2026 a Navi Pillay, la giurista sudafricana simbolo della lotta per i diritti umani

Dall’impegno contro l’apartheid ai tribunali internazionali, una vita dedicata alla giustizia e alla dignità umana. La decisione del Comitato Nobel suscita reazioni contrastanti, soprattutto per le accuse di genocidio rivolte a Israele dalla giurista.

Navanethem “Navi” Pillay, giurista sudafricana di origini tamil-indiane, ha vinto il Premio Nobel per la Pace 2026.

Nel corso della proclamazione, è stato sottolineato il suo «eccezionale coraggio e la sua integrità» nell’impegno contro i crimini di guerra e nella difesa dei diritti umani.

Nata il 23 settembre 1941, Pillay ha dedicato gran parte della propria carriera alla tutela delle libertà fondamentali, alla lotta contro l’impunità e alla promozione della giustizia internazionale. Dal 2008 al 2014 ha ricoperto l’incarico di Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, diventando una delle figure più autorevoli nel panorama internazionale della protezione dei diritti fondamentali.

La sua carriera è stata segnata da importanti traguardi. Prima donna non bianca a ricoprire la carica di giudice presso l’Alta Corte del Sudafrica, ha successivamente prestato servizio presso la Corte penale internazionale e ha presieduto il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, impegnato nel perseguimento dei responsabili del genocidio del 1994.

Nell’aprile 2015 è stata inoltre nominata commissaria della Commissione internazionale contro la pena di morte, proseguendo il proprio impegno per la difesa della dignità umana e per il rafforzamento degli strumenti internazionali di tutela dei diritti.

A margine delle reazioni alla notizia del riconoscimento, Pillay ha scherzato sulla possibilità di condividere il premio con Donald Trump. «Applaudite un po’ più forte, forse dividerò il premio con Trump», avrebbe detto la vincitrice, secondo una reazione ripresa su X da Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, a Norimberga.

La battuta richiama il caso dello scorso anno, quando la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado, vincitrice del Nobel per la Pace, consegnò simbolicamente la propria medaglia a Donald Trump, dopo l’intervento statunitense che portò alla destituzione dell’allora presidente venezuelano Nicolás Maduro.

Quel gesto ebbe soprattutto un valore politico e simbolico. Il Comitato Nobel ha infatti chiarito che il riconoscimento non può essere trasferito a un’altra persona: la medaglia può essere ceduta, ma il titolo di vincitore rimane attribuito al destinatario originario.

La scelta di assegnare il Nobel a Pillay è destinata ad alimentare il dibattito internazionale anche per le sue posizioni sul conflitto in Medio Oriente.

Nel suo ruolo di presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato, la giurista ha sostenuto accuse di genocidio contro Israele in relazione alla guerra nella Striscia di Gaza.

Le sue conclusioni hanno provocato una durissima reazione da parte delle autorità israeliane, che contestano le accuse e denunciano un atteggiamento pregiudizialmente ostile nei confronti dello Stato ebraico.

In una nota, il ministero degli Esteri israeliano ha definito l’assegnazione del premio «non un atto di giustizia», ma una strumentalizzazione del riconoscimento per legittimare, secondo la propria interpretazione, l’odio e i pregiudizi contro Israele. Il comunicato ha inoltre attaccato duramente il lavoro della giurista, accusandola di contribuire alla «demonizzazione» del Paese e alla promozione di accuse di genocidio motivate politicamente.

Parole che evidenziano quanto il riconoscimento possa diventare terreno di scontro diplomatico, soprattutto in una fase in cui il conflitto israelo-palestinese continua a dividere governi, istituzioni internazionali e opinione pubblica.

Tra le reazioni positive figura quella della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha rivolto a Pillay le proprie congratulazioni attraverso un messaggio pubblicato su X.

«Pochi hanno dedicato la propria vita alla giustizia, alla pace e alla dignità umana come ha fatto lei», ha scritto von der Leyen, ricordando l’impegno della giurista durante e dopo l’apartheid in Sudafrica e il suo lavoro in relazione al genocidio in Ruanda.

La presidente della Commissione europea ha descritto Pillay come una figura vicina ai perseguitati, alle persone vulnerabili e a chi non ha voce, sottolineando il valore della sua difesa dello Stato di diritto in opposizione alla logica della forza.

«In un mondo che ha bisogno di giustizia più che mai, il suo coraggio e la sua lucidità morale sono una bussola preziosa», ha aggiunto.

Il riconoscimento a Navi Pillay pone nuovamente al centro dell’attenzione il ruolo delle istituzioni internazionali nella difesa dei diritti umani e nella responsabilità per i crimini più gravi.

La sua carriera, attraversata dalle esperienze giudiziarie legate all’apartheid e al genocidio ruandese, rappresenta un percorso di lunga durata nella ricerca della giustizia e nella lotta contro l’impunità.

Allo stesso tempo, le polemiche suscitate dalle sue posizioni su Gaza mostrano quanto sia complesso distinguere, nel contesto dei conflitti contemporanei, la valutazione giuridica delle accuse dalle loro conseguenze politiche e diplomatiche.

Il Nobel per la Pace assegnato a Pillay si inserisce così in un confronto più ampio sul significato della giustizia internazionale, sull’universalità dei diritti fondamentali e sulla responsabilità della comunità internazionale di fronte alle violazioni del diritto umanitario.

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