Pompei, l’appello di Rudelli: «Dalla preghiera nasce la forza per costruire una nuova civiltà»

A Pompei la fede si trasforma in responsabilità e speranza. Nel giorno della Supplica alla Beata Vergine del Rosario, l’arcivescovo Paolo Rudelli, sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, ha invitato i fedeli a non arrendersi davanti alle difficoltà del presente e a partire dalla preghiera per costruire una società fondata sulla pace, sulla giustizia e sulla tutela della vita.
L’occasione è stata la celebrazione eucaristica che ha preceduto la tradizionale Supplica al Santuario di Pompei, nella giornata di domenica 4 ottobre.
Un appuntamento che ha riunito autorità civili e militari, rappresentanti della Chiesa locale, sacerdoti, pellegrini arrivati anche dall’estero, associazioni, movimenti ecclesiali e numerosi volontari impegnati nelle opere caritative del Santuario.
Ad accogliere i partecipanti è stato l’arcivescovo di Pompei, monsignor Tommaso Caputo, che ha ricordato anche il legame con Papa Leone XIV, già protagonista della visita alla città campana lo scorso 8 maggio.
Nella sua omelia, Rudelli ha guardato alle contraddizioni del nostro tempo partendo dalla realtà di una terra che, nonostante la sua straordinaria bellezza, porta ancora il peso di profonde ferite sociali.
Violenza, prevaricazione, conflitti e indifferenza rischiano di alimentare un senso di rassegnazione. Ma proprio contro questa tentazione si è levato l’appello dell’arcivescovo: Dio non si arrende all’uomo e continua ad amare la sua «vigna», liberandola dal male e offrendo la possibilità del perdono.
La celebrazione ha assunto un significato ancora più forte nel giorno dedicato a san Francesco d’Assisi. La figura del Poverello, ha ricordato Rudelli, continua a parlare soprattutto alle nuove generazioni, invitando i giovani e l’intera comunità cristiana a riscoprire il coraggio di una fede vissuta con radicalità.
Accanto a Francesco è stato ricordato san Bartolo Longo, fondatore del Santuario di Pompei. Un uomo che, da semplice laico, seppe trasformare la propria esperienza spirituale in un impegno concreto per il rinnovamento della città, dando vita a una realtà destinata a diventare un punto di riferimento religioso, sociale e culturale.
Proprio la storia di Pompei offre, secondo Rudelli, una chiave per leggere il presente.
La città antica, distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo, è stata al tempo stesso cancellata e preservata dalla tragedia. Un paradosso che diventa metafora della possibilità di trasformare anche le crisi contemporanee in occasioni di cambiamento.
San Bartolo Longo, di fronte alle difficoltà della società del suo tempo, non scelse di chiudersi nella paura. Al contrario, decise di guardare avanti e di gettare le fondamenta di una nuova città.
Da qui nasce l’idea di Pompei come «città mariana», una realtà chiamata a testimoniare concretamente quella che oggi viene definita la «civiltà dell’amore».
Una città mariana, ha spiegato Rudelli, è una comunità che sa accogliere, rispettare e difendere la vita, soprattutto quando è più vulnerabile. È una comunità che non si limita a proclamare valori, ma li traduce in gesti, scelte e responsabilità.
Il cuore dell’omelia è stato affidato alla parabola evangelica della vigna. I contadini ricevono una terra da coltivare ma, invece di restituirne i frutti al padrone, arrivano a rifiutare e uccidere i suoi servi e persino il figlio.
Un racconto che mostra come il bene possa incontrare resistenze e violenza.
Rudelli ha quindi ripreso la domanda del profeta Isaia: «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?».
È una domanda che, secondo l’arcivescovo, appartiene anche alla vita quotidiana di moltissime persone.
È la domanda dei genitori che si interrogano davanti alle difficoltà e agli errori dei figli. È quella di chi vede fallire un matrimonio o un progetto nel quale aveva investito tutto. È l’interrogativo di sacerdoti, religiosi, educatori, insegnanti, amministratori, imprenditori e lavoratori che, di fronte agli ostacoli, si chiedono cosa avrebbero potuto fare di più.
Di fronte a queste domande, la fede non invita a fingere che le difficoltà non esistano. Al contrario, spinge a guardarle in faccia, a condividerle e a continuare a cercare una strada.
L’invito di Rudelli è quindi quello a non nascondere fallimenti e interrogativi, ma a trasformarli in occasioni di discernimento.
Chi vive la fede, ha sottolineato, non può mettere da parte le proprie sconfitte: deve continuare a cercare e soprattutto a sperare.
È necessario, dunque, «alzare lo sguardo». Non per sentirsi superiori agli altri, ma per ricordare che la vita dell’uomo non si esaurisce nelle difficoltà del presente.
A Pompei questo invito assume un valore simbolico particolare. Chi guarda il Santuario e la statua della Madonna del Rosario incontra una parola semplice e universale: Pax.
San Bartolo Longo volle quella scritta sulla facciata del Santuario come richiamo alla pace universale. Una parola che, ancora oggi, mantiene intatta la sua forza: la pace non è soltanto un traguardo, ma deve diventare l’inizio di una nuova stagione.
Una civiltà capace di riconoscere gli errori del passato senza rimanerne prigioniera e di trovare nella conversione la forza per cambiare.
Nel ricordare la Supplica composta da san Bartolo Longo nel 1883, Rudelli ha insistito sul valore del pentimento e della responsabilità personale.
Il cambiamento della società, ha spiegato, non può essere delegato esclusivamente alle istituzioni o agli altri. Ogni trasformazione autentica comincia dalla persona.
È questo, secondo l’arcivescovo, il punto d’incontro tra la vita di san Bartolo Longo e quella di san Francesco d’Assisi: arriva un momento nel quale è necessario scegliere una direzione nuova, cominciando da sé stessi.
Un principio che non significa chiudersi nell’individualismo, ma riconoscere la responsabilità che ciascuno possiede nei confronti degli altri.
La fede, dunque, diventa concreta quando si traduce in servizio, impegno e disponibilità al bene.
Nel mese dedicato alla preghiera del Rosario, Rudelli ha infine rilanciato l’appello alla pace, richiamando l’invito di Papa Leone XIV a recitare il Rosario con una particolare intenzione per la fine delle guerre e per la riconciliazione tra i popoli.
La Supplica alla Madonna del Rosario è diventata così non soltanto un momento di devozione, ma anche un gesto collettivo di responsabilità.
L’auspicio finale è che i propositi di bene possano trasformarsi in azioni concrete e che la comunità continui a sentirsi unita, «in un cuore solo e un’anima sola».
Perché Pompei, città nata dalla fede e segnata dalla storia, possa continuare a essere una città di Maria e un luogo capace di testimoniare la civiltà dell’amore, della pace e della speranza.