Artigianale non è più una parola per tutti: Confartigianato chiede controlli

Dal 7 aprile la denominazione è riservata alle imprese iscritte all’Albo. Gentile: «Una tutela per chi lavora davvero e per i consumatori»
La parola «artigianale» non può più essere utilizzata liberamente per vendere un prodotto o promuovere un servizio.
Dal 7 aprile è in vigore la nuova disciplina introdotta dalla legge annuale sulle Pmi, che riserva le denominazioni «artigianato», «artigiano» e «artigianale» alle imprese in possesso della qualifica artigiana e iscritte all’Albo delle imprese artigiane.
Una stretta che Confartigianato considera una svolta storica, ma che rischia di perdere efficacia se le Regioni non si attiveranno rapidamente con controlli e sanzioni.
Il principio fissato dalla nuova norma è netto: la qualifica di artigiano assume una precisa rilevanza giuridica e non può più essere utilizzata come semplice aggettivo promozionale.
La disposizione riguarda pubblicità, confezioni, etichette, siti internet, commercio elettronico e social network. Per chi viola le regole è prevista una sanzione amministrativa pari all’1% del fatturato, con un minimo di 25 mila euro per ciascuna violazione.
«È una norma che finalmente riconosce il valore dell’artigianato autentico e mette un punto fermo rispetto a un utilizzo troppo spesso disinvolto di una parola che per i consumatori significa qualità, competenza, identità e lavoro», sottolinea Rosa Gentile, dirigente nazionale e regionale di Confartigianato.
«Per le imprese artigiane la denominazione non è uno slogan pubblicitario, ma racconta una realtà produttiva fatta di competenze, manualità, esperienza e responsabilità. Adesso, però, occorre che la legge venga applicata pienamente anche sul territorio».
È proprio l’attuazione regionale il punto sul quale si concentra l’allarme dell’organizzazione. La norma, infatti, attribuisce alle autorità regionali la competenza per l’applicazione delle sanzioni e prevede che Regioni e Province autonome adeguino la propria legislazione.
«Non possiamo correre il rischio – aggiunge Gentile – che una conquista importante rimanga sulla carta. Servono procedure chiare, controlli e strumenti per intervenire contro chi utilizza impropriamente il termine “artigianale”. In Basilicata questo significa tutelare migliaia di imprese che ogni giorno investono sul proprio lavoro, sulla qualità e sulla reputazione costruita nel tempo».
Secondo le stime di Confartigianato, il fenomeno dei cosiddetti «finti artigiani» coinvolgerebbe almeno 850 mila operatori non qualificati, a fronte di 588 mila imprese artigiane vere. Un fenomeno che può tradursi in concorrenza sleale soprattutto nei comparti dove l’appellativo artigianale ha un forte valore commerciale: dall’alimentare alla moda, dall’arredamento all’artigianato artistico, fino ai servizi alla persona, agli impianti e all’autoriparazione.
La nuova disciplina stabilisce anche una serie di casi concreti. Un bar dotato di laboratorio di gelateria ma non iscritto all’Albo non può pubblicizzare il proprio gelato come «artigianale», mentre può definirlo, ad esempio, «di produzione propria». Un’impresa non artigiana può invece commercializzare un prodotto realizzato da un’impresa artigiana e presentarlo come tale, purché sia in grado di dimostrarne la provenienza.
Allo stesso modo, non è possibile estendere automaticamente la qualifica artigiana a un prodotto soltanto perché uno dei suoi componenti o ingredienti è stato realizzato da un’impresa artigiana. Restano invece utilizzabili espressioni come «fatto a mano», «tradizionale», «sartoriale», «su misura» o «realizzato con manualità», sempre a condizione che il messaggio commerciale non sia ingannevole.
Il divieto riguarda anche chi opera con partita Iva senza essere iscritto all’Albo delle imprese artigiane e gli hobbisti che vendono occasionalmente beni o servizi. La norma, inoltre, non modifica le discipline speciali previste per specifiche categorie, come la birra artigianale e le produzioni tutelate dalle Indicazioni geografiche protette.
«Il consumatore deve poter distinguere senza ambiguità ciò che è realmente artigianale da ciò che viene soltanto presentato come tale – continua Gentile –. La trasparenza del mercato è una forma di tutela per tutti: per chi compra, perché può fare una scelta consapevole, e per chi produce, perché non vede svilito il proprio lavoro dalla concorrenza di chi utilizza impropriamente una denominazione di valore».
La questione, quindi, non riguarda soltanto un termine utilizzato nelle insegne o nelle campagne pubblicitarie. Per Confartigianato si tratta di difendere un patrimonio economico e culturale che nelle piccole imprese trova una delle sue espressioni più radicate. E la nuova legge, secondo l’organizzazione, può diventare uno strumento efficace soltanto se alla nuova tutela normativa seguirà una concreta attività di vigilanza.
Per accompagnare imprese e consumatori nella fase di applicazione delle nuove regole, Confartigianato ha predisposto il vademecum «Pubblicità e artigianato – Indicazioni operative per usare correttamente i riferimenti all’artigianato nella promozione di prodotti e servizi», con esempi e indicazioni pratiche.
«La vera sfida adesso – conclude Gentile – è trasformare la legge in una tutela concreta. L’artigianato lucano ha bisogno di regole uguali per tutti e di un mercato nel quale la qualità non venga semplicemente dichiarata, ma possa essere verificata. È così che si difendono le imprese corrette, il Made in Italy e, soprattutto, la fiducia dei consumatori».