CULTURA E EVENTI

Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea sabato 27 Giugno

Sabato 27 giugno dalle ore 18:30 Fondazione SoutHeritage con un rinnovato impegno verso l’arte contemporanea e nel quadro di “Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026”, presenta il progetto espositivo: “FERDINANDEA: portolano mediterraneo”, una mostra che pone l’arte contemporanea al centro di una riflessione sul Mediterraneo, inteso non soltanto come spazio geografico, ma anche come ambito simbolico, storico e culturale.

Nel 2026 Matera in Italia e Tètouan in Marocco sono designate Capitali Mediterranee della Cultura e del Dialogo, riconosciute come città-simbolo di scambio, cooperazione e confronto interculturale nel bacino del Mediterraneo.

In questo quadro, Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea quale istituzione animata dalla volontà di contribuire allo sviluppo culturale per produrre sapere espanso e consolidare le espressioni artistiche nella società rendendole visibili, rilevanti e significative, promuove il progetto espositivo “FERDINANDEA: portolano mediterraneo”.

Questa seconda iniziativa del calendario 2026 della Fondazione SoutHeritage, dedicato al programma “Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026”, nasce con l’intento di porre l’arte contemporanea al centro di una riflessione critica sul Mediterraneo, inteso non soltanto come spazio geografico, ma anche come ambito simbolico, storico e culturale, attraversato da relazioni, conflitti, scambi e forme di coabitazione, crocevia costante eppure mutevole di popoli e lingue e quindi terreno fertile per una crescita della consapevolezza sociale e culturale.

Cuore simbolico del progetto, in relazione al tema del dossier di Matera Capitale intitolato “Terre Immerse”, è l’immagine dell’Isola Ferdinandea: un’isola vulcanica emersa nel 1831 nel Canale di Sicilia e destinata a scomparire sotto la superficie del Mediterraneo nel giro di pochi mesi; prima di inabissarsi, fu rivendicata e contesa da diverse potenze europee, quali Italia, Francia e Inghilterra (anche sul piano onomastico: Ferdinandea per gli italiani, Graham Island per gli inglesi e Île Julia per i francesi).

Assumendo quindi  l’Isola Ferdinandea come apparizione geografica, costruzione politica e figura critico-simbolica di appropriazione culturale e instabilità, la mostra, concepita come un portolano (cioè una  mappa di orientamento e attraversamento di un territorio), delinea – tramite i lavori degli artisti Latifa Echakhch, Philippe Favier, Marco Godinho, Bouchra Khalili, Runo Lagomarsino, Andrea Nolè, Edi Rama – una visione del Mediterraneo contemporaneo non come spazio stabile o identità condivisa, ma come territorio costantemente negoziato che, lontano dalla semplice visione geografica, si configura come un dispositivo culturale e politico attraversato da fratture coloniali e postcoloniali, economiche e ecologiche, che non cessano di ridefinirne i confini e i significati.

Così come l’isola da cui prende il titolo l’esposizione, anche il Mediterraneo è qui inteso come un luogo di emersioni e immersioni in cui alcune storie o temi affiorano con forza, altri restano sommersi o vengono attivamente rimossi.

Le opere in mostra si situano, dunque, in questa tensione presentandosi come forme temporanee di visibilità e isole di senso che questionano vari aspetti del Mediterraneo (dalla politica all’economia, dalle migrazioni alla multiculturalità).

Gli artisti e le artiste coinvolti, provenienti da contesti diversi ma legati al Mediterraneo, non costruiscono dunque un racconto unitario, ma un campo polifonico di prospettive le cui pratiche mettono in discussione ogni idea di centro, proponendo invece una geografia mobile, fatta di attraversamenti, dislocazioni e appartenenze multiple.

In questo quadro, Ferdinandea, non rappresenta, dunque, solo un riferimento storico-simbolico, bensì un metodo: una modalità di pensare il territorio come qualcosa che appare e scompare, che sfugge alla fissazione e resiste a definizioni univoche.

Anche il percorso espositivo vuole riflette questa condizione evitando linearità e gerarchie per privilegiare relazioni fluide, accostamenti instabili e possibilità di slittamento di senso fra le opere esposte.

Infatti, la Fondazione, nell’ambito della sue pratiche espositive volte a superare i formati ostensivi tradizionali per promuovere esposizioni come organizzazioni di contesti di esperienza per il pubblico, ha concepito la mostra come un dispositivo di relazione che ha comportato l’allestimento di tutte le opere a un’altezza di visione volutamente fuori scala, fissata a 6 metri al di sotto della volta dello spazio espositivo.

Tale misura, calcolata inferiormente rispetto alla linea di colmo del soffitto e non in elevazione da terra, rimanda all’attuale quota batimetrica (-6 m. dalla superficie del Mediterraneo) dell’isola Ferdinandea evocata nel titolo della mostra.

Tale quota istituisce una linea invisibile, ma al tempo stesso operativa, configurandosi come un dispositivo di orientamento percettivo che attraversa lo spazio espositivo e lo riconfigura come ambiente immersivo.

Più che un semplice riferimento simbolico, la linea a -6 metri agisce, infatti, come una “quota sommersa” che disloca il regime abituale della visione, sovvertendo le coordinate antropometriche convenzionali.

In questo modo, il visitatore viene posto in una condizione di coincidenza tra il proprio asse visivo e la profondità dell’isola, atta a esperire una forma di identificazione incarnata in cui il corpo diviene misura e, al contempo, strumento di attraversamento simbolico.

Se l’Isola Ferdinandea è esistita solo per un breve momento, nella mostra la sua immagine continua a persistere come traccia e come ipotesi rivelando e simboleggiando un Mediterraneo non come semplice area geografica, ma come costruzione in atto, un campo aperto in cui le opere agiscono come segnali intermittenti, capaci di rendere visibili alcune tensioni che lo attraversano.

La fondazione inoltre, nel perseguire uno degli obiettivi alla base del suo mandato e cioè quello di mettere in primo piano l’accesso alla cultura grazie a nuovi modelli di diffusione pubblica considerando la mostra e la storia dell’arte pretesti per aprire un dialogo sull’ “osservazione partecipante”, nell’ambito del suo programma di mediazione denominato “Le (d)istanze del pubblico”, prevede, in alternativa al flusso di informazioni verticale sulle opere in mostra, l’organizzazione di un programma di mediazione (non guida) che in chiave performativa cerca di adattare modi e dialoghi sull’esposizione interpretando i diversi interessi e tensioni del pubblico; a completamento del percorso espositivo un apparato di didascalie ragionate (provviste di hashtag e mention) e fogli di sala, arricchiscono e accompagnano il visitatore nell’offerta informativa.

In contemporanea alla mostra, rimane anche fruibile il progetto “MICHELANGELO PISTOLETTO – arte come documento di dialogo”.

Un progetto espositivo multilocato promosso in collaborazione con Fondazione Pistoletto, INBA – Institut National des Beaux-Arts / Tètouan e la rete diffusa di Istituti Italiani di Cultura nell’area mediterranea, avente come fulcro la ““Dichiarazione di Fondazione del Parlamento Culturale Mediterraneo”, presentata per la prima volta dall’artista nel 2008 a Strasburgo e oggi riletta alla luce delle urgenze del presente.

In questo contesto, il progetto si articola in una dimensione transnazionale presentando la dichiarazione simultaneamente in più sedi: a Matera, presso la Fondazione SoutHeritage sotto forma di banner fruibile dal contesto urbano 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per l’intero arco dell’anno di Matera Capitale Europea del Mediterraneo; a Tétouan, presso l’INBA – Institut National des Beaux-Arts e all’interno degli Istituti Italiani di Cultura di Tirana, Tripoli e Algeri, sotto forma di poster rilegati in risme collate per facilitarne la circolazione e la fruizione diretta.

Attraverso questa dimensione espositiva diffusa che annulla simbolicamente le gerarchie tra centro e periferia, tra nord e sud, tra una sponda e l’altra del Mediterraneo, ogni luogo coinvolto diventa nodo attivo di una rete culturale condivisa, in cui la fruizione della dichiarazione restituisce al Mediterraneo la sua vocazione originaria di spazio che unisce più che dividere.

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