Bolognetti: quale sanità ci aspetta? È ancora vivo l’art. 32 della Costituzione?

Di Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali Lucani e giornalista freelance
Ad alcuni di coloro che negli ultimi 25 anni, per assecondare rendite e profitti, hanno affondato il Servizio Sanitario Nazionale potrà sembrare incredibile, ma c’è, o sarebbe meglio dire c’era, tra gli articoli della nostra Costituzione anche quell’articolo 32 che recita: “La Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Ma come stanno oggi le cose? Come stanno dopo lo smantellamento di fatto della legge 883/1978 che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale”? A giudicare dai dati che ogni anno snocciolano l’Istat e altri istituti di ricerca come l’Eurispes, l’eguaglianza è andata a farsi benedire e con essa anche la prevenzione e il diritto di un’ampia fascia di popolazione a potersi curare. Questo per non dire che a volte il diritto alla salute sancito dalla Costituzione – specialmente nelle aree interne – si trasforma in una Via Crucis per i malati e per i familiari che li assistono. In tutto il Paese si investe ancora troppo poco per l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI). Per l’art. 32 vale di certo la riflessione che spesso ho fatto sulla nostra Costituzione. Viviamo in un Paese in cui, dal 1948, troppo spesso la Costituzione scritta è stata sostituita dalla Costituzione materiale. La verità è che abitiamo una realtà che in qualche modo ricorda uno straordinario passaggio de “La fattoria degli animali”: «I sette comandamenti sono gli stessi di prima Benjamin?» […] Non vi era scritto più nulla, fuorché un unico comandamento. Diceva: TUTTI GLI ANIMALI SONO EGUALI, MA ALCUNI ANIMALI SONO PIÙ EGUALI DEGLI ALTRI”.
Ai più attenti di noi tocca osservare il muro che osserva Berta nello straordinario racconto di Orwell. Che sanità è, una sanità in cui il 10% degli italiani è costretto a rinunciare alle cure a causa della mancanza di mezzi e delle lunghe liste d’attesa? A volte verrebbe da dire che siamo solo carne da macello, in un una Italia in cui in base ai dati Agenas ci sono circa due milioni di visite ed esami in ritardo. Perché in cinque regioni del Mezzogiorno (Basilicata, Campania, Molise, Calabria e Puglia) si utilizza un altissimo numero di prescrizioni con priorità “non urgente”? Difficile, a volte, allontanare il dubbio che si vogliano risolvere i problemi sfiancando i cittadini. Siamo un Paese che dimentica quella che io definisco “comunità penitenziaria” (detenuti, agenti e tutti coloro che lavorano nelle patrie galere). Nelle nostre patrie galere è quasi impossibile curare un’umanità dolente fatta di malati cronici, nonostante la buona volontà del carente personale sanitario. Fa rabbrividire il dato diffuso dalla “Fondazione Sussidiarietà”: il 20% degli italiani che si trovano in una condizione di fragilità è costretto a rinunciare alle cure per mancanza di denaro e questo in una situazione in cui la spesa sanitaria è sostenuta per un buon 24% dai cittadini che possono spendere. Non di meno fa inorridire il dato fornito nel rapporto Istat di quest’anno, dove si parla di “morti evitabili”. E questo per non dire che per mere questioni di budget il cappio si stringe anche sulle prescrizioni di farmaci. Quale equità sanitaria, quale diritto alla salute in questo contesto? Già, un contesto fatto di lobby potenti e cittadini vasi di coccio.
Chiudo raccontando una storia lucana che assurge a paradigma. Accade che in Basilicata, in cui c’è stato uno sforamento di 50 milioni di euro per l’acquisto di farmaci, si intervenga con la mera accetta burocratica e senza cognizione di causa. Detto che solo 5 milioni sono imputabili alle prescrizioni dei medici di Medicina Generale, accade che solerti burocrati accusino questi ultimi di iper-prescrizione. Iper-prescrizione? Certo è qualcosa con cui dobbiamo fare i conti, ma sono costretto a chiedermi e a chiedere se nel farlo si tengano nella dovuta considerazione elementi di non secondaria importanza: il numero di pazienti che ha il singolo medico e il numero di pazienti con pluripatologie in una regione in cui ci sono tantissimi anziani.
Intervenire solo basandosi sul “budget” e trincerandosi dietro a una scrivania, dimostra miopia e strafottenza nei confronti dei pazienti ed è un evidente attacco al ceto sanitario che deve poter decidere in scienza e coscienza.