CRONACA

La strage di Capaci, 34 anni dopo: il giorno in cui la mafia sfidò lo Stato

“Antonino Gioè mi dice: ora. Poi ancora: ora, ora. Al terzo richiamo schiacciò il pulsante”.

È il racconto di Giovanni Brusca, l’uomo che da una collinetta affacciata sull’autostrada di Capaci azionò il telecomando che provocò una delle pagine più drammatiche della storia italiana.

L’esplosivo, predisposto da Pietro Rampulla e nascosto sotto il tratto autostradale, fece saltare in aria il convoglio del giudice Giovanni Falcone.

Nell’attentato morirono anche gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Francesca Morvillo, magistrato e moglie di Falcone, si spense poco dopo in ospedale a causa delle gravissime ferite riportate. L’unico sopravvissuto fu l’autista Giuseppe Costanza, che sedeva nella parte posteriore dell’auto.

A distanza di trentaquattro anni, quella strage resta il simbolo dell’attacco frontale di Cosa nostra contro lo Stato. Falcone rappresentava il volto della lotta alla mafia, il magistrato che più di ogni altro aveva compreso la struttura e i meccanismi dell’organizzazione criminale siciliana. Le sue indagini segnarono una svolta storica nel contrasto alla criminalità organizzata.

Grazie alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta, Falcone riuscì a ricostruire l’organigramma di Cosa nostra, identificando capi, affiliati e responsabili di omicidi e traffici illeciti. Insieme a Paolo Borsellino e ai magistrati del pool antimafia coordinato da Antonino Caponnetto, preparò il maxiprocesso di Palermo, che portò davanti ai giudici centinaia di imputati appartenenti alle famiglie mafiose.

L’intuizione investigativa del pool fu rivoluzionaria: seguire il denaro per comprendere i rapporti di forza all’interno della mafia e i legami con il mondo economico e politico.

Attraverso patrimoni, investimenti e riciclaggio emergeva infatti il vero potere dell’organizzazione criminale.

Negli stessi anni Cosa nostra intensificò la propria offensiva contro le istituzioni. La strategia voluta da Totò Riina puntava a colpire simboli dello Stato per ottenere vantaggi e alleggerimenti giudiziari.

Caddero sotto i colpi mafiosi magistrati, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti e rappresentanti politici. Tra le vittime anche Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Pio La Torre, promotore della legge che introdusse il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni ai clan.

Il maxiprocesso rappresentò una vittoria senza precedenti per lo Stato italiano. Le accuse formulate dai magistrati ressero fino alla sentenza definitiva della Cassazione, confermando centinaia di condanne.

Quella decisione segnò però anche l’inizio della reazione mafiosa più violenta.

Poco prima della strage di Capaci venne assassinato Salvo Lima, figura politica considerata vicina agli ambienti andreottiani in Sicilia. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, la mafia lo riteneva responsabile di non essere riuscito a influenzare l’esito del maxiprocesso.

Al momento dell’attentato Falcone lavorava al ministero della Giustizia come direttore generale degli Affari penali. Da quel ruolo stava progettando nuove strategie di contrasto alla criminalità organizzata ed era tra i principali promotori della futura Direzione nazionale antimafia.

Il magistrato, tuttavia, visse anni segnati da isolamento e polemiche. Fu spesso criticato e delegittimato anche all’interno degli ambienti giudiziari.

Nel 1989 scampò a un attentato all’Addaura, dove una carica esplosiva venne scoperta vicino alla villa in cui soggiornava. Falcone parlò allora della presenza di “menti raffinatissime”, lasciando intendere scenari più complessi dietro quel tentativo di ucciderlo.

Nonostante gli attacchi personali e le tensioni istituzionali, Falcone continuò il proprio lavoro fino agli ultimi giorni. Dopo la conferma delle condanne del maxiprocesso pronunciò una frase destinata a diventare profetica: “Adesso arriva il peggio”.

Quel peggio si materializzò il 23 maggio 1992 a Capaci. E appena cinquantasette giorni più tardi, il 19 luglio, anche Paolo Borsellino venne assassinato nella strage di via D’Amelio. Due attentati che cambiarono per sempre la storia dell’Italia contemporanea.

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