L’idea di complessità: Romano Guardini e Pavel Florenskji

Nel lungo percorso che il Centro di Cultura per lo Sviluppo G.Lazzati Aps-ets Taranto sta compiendo, in piena sintonia con la Camera di commercio di Brindisi-Taranto, sul tema della complessità, dedicare un evento ad un “pensiero nuovo” e all’importanza che esso ha per un cambio di paradigma dello scenario attuale è coraggioso, quasi utopico.
Ma il Centro Lazzati, guidato dal presidente prof. Domenico Maria Amalfitano, da tempo offre al territorio sguardi visionari con importanti ricadute pratiche sul piano economico e dello sviluppo. Perché una nuova visione di sviluppo, con al centro l’uomo nella sua totalità, richiede nuovi approcci e nuove vie.
Il prossimo appuntamento è dedicato a: “L’idea di complessità: Romano Guardini e Pavel A. Florenskji” e si terrà giovedì 21 maggio a partire dalle ore 16:00 nella Camera di commercio di Brindisi-Taranto.
E’ organizzato da Centro di cultura Lazzati, Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Istituto Superiore di Scienze Religiose Metropolitano Giovanni Paolo II.
L’incontro avrà un carattere seminariale e sarà a cura del professor Domenico Burzo, conoscitore appassionato e ricercatore di grande talento, riconosciuto anche a livello internazionale.
Burzo, laureato in filosofia, è un appassionato di fenomenologia dell’esperienza religiosa e di filosofia della religione.
Burzo aiuterà i presenti ad entrare nell’idea impegnativa e affascinante della complessità, seguendo due pensatori, due testimoni esemplari: Romano Guardini (1885 – 1968) e Pavel Florenskji (1882 – 1937).
Vorrei aiutare gli altri a vedere con occhi nuovi…non dimostrare dunque, bensì aiutare a vedere in maniera nuova. (R. Guardini).
Che cosa ho fatto per tutta la vita? Ho contemplato il mondo come un insieme, come un quadro e una realtà unica (P. Florenskji).
Saluti istituzionali; Vincenzo Cesareo – Presidente Camera di commercio di Brindisi-Taranto. Introduce: Mario Castellana – Filosofo della scienza
Modera: Don Francesco Nigro – teologo, Direttore ISSRM Giovanni Paolo II Taranto.
Guardini e Florenskji sono due figure sorprendenti, in cammino, che suggeriscono, ancora oggi e più di ieri, un nuovo cammino. Sono due pensatori che segnano il pensiero e la vita.
Un pensiero che non è solitario o circoscritto ad un’esperienza religiosa, ma che orienta, dischiude orizzonti fecondi e creativi, includente, liberante e che scuote da un blocco della cultura duale: aut…aut, per recuperare un nuovo pensiero, una nuova visione, un nuovo connettere.
E’ un pensiero rifondante, un nuovo ethos culturale, un nuovo relazionarsi con sé stessi, con gli altri, con il pianeta. Due pensatori che segnano il pensiero e la vita.
Intervista al prof. Domenico Burzo
1)Lei parla di una nuova proposta culturale per l’idea di complessità. Come questa visione della totalità può far cambiare la governance, la politica?
“Se guardiamo al mondo di oggi e a tutto ciò che in varia misura determina le nostre vite, il termine complessità è quello che certamente risulta più pregnante e meglio descrittivo.
Il livello di invadenza e di sviluppo delle tecno-scienze, la crisi climatica ed ecologica, l’informatizzazione avanzata in ogni ambito lavorativo ed esistenziale, gli entusiasmi e i timori generati dalla crescita e dal potere dell’intelligenza artificiale, rendono ormai evidente un livello sempre più generalizzato di interconnessione globale, tra i singoli, i popoli e le nazioni.
Tutto questo ci pone dinanzi a sfide da affrontare e a compiti urgenti da portare a termine, dove la posta in gioco si fa sempre più alta, e dove i modelli cognitivi e comportamentali che ancora dominano la mentalità comune risultano antiquati e fallimentari.
Veniamo da alcuni secoli in cui il dominio di una mentalità razionalista ci ha educati ad accettare ogni tipo di riduzionismo e semplificazione; secoli nei quali lo scientismo ci ha insegnato a ritenere che sia vero solo ciò che è esperibile empiricamente e dimostrabile attraverso una formulazione logico-matematica.
L’ampiezza del nostro sguardo e della nostra ragionevolezza, come la profondità delle nostre percezioni, ne risultano fortemente ridotte, ritrovandosi non più capaci di cogliere, comprendere e affrontare la realtà pluridimensionale e complessa in cui viviamo, per natura e secondo determinate dinamiche storiche.
Occorre allora una rivoluzione dell’intelligenza, un allargamento della ragione, uno sguardo che risulti nuovo, ma che sia in realtà capace di tornare a sviluppare tanti livelli di percezione e comprensione quanti sono i livelli di realtà che abbiamo davanti, senza censurarne alcuno.
Di questa esigenza di rinnovamento si occupano con attenzione e impegno, da alcuni decenni, coloro che, a partire da esperienze e settori di ricerca differenti, sono interessati a sviluppare una visione sinottica. Penso, ad esempio, agli studi sulla transdisciplinarità, o sul pensiero complesso.
Ma insegnamenti importanti per il nostro presente e per il futuro ci possono venire in tal senso anche da coloro che hanno anticipato, in modo profetico, questi nuovi approcci, come ad esempio Pavel Florenskij e Romano Guardini.
Fin dall’inizio del secolo scorso, cogliendo i segni di un’epoca che terminava e desiderosi di costruire ed educare in vista del futuro, essi hanno saputo sviluppare visioni del mondo già caratterizzate da un approccio transdisciplinare e già volte alla comprensione dell’intero, desiderose di cogliere il senso della totalità e di fondare su di esso l’esistenza.
Tra i tanti effetti che oggi può avere il ri-educarsi ad un approccio e ad una mentalità del genere, di non poca importanza sono indubbiamente gli effetti in ambito politico.
Lo scenario geopolitico mondiale ci mostra in maniera generalizzata una mentalità politica determinata dall’uso della forza e dalla volontà di predominio, dove realtà umane fondamentali come la relazione e il dialogo, l’ascolto e il rispetto dell’altro non sembrano avere più alcun senso.
E le cose non pare vadano diversamente a livelli inferiori. L’interesse della parte o del singolo è, ovunque, l’unica cosa che conta.
Questo ovviamente crea da un lato fratture, separazioni che diventano insanabili perché in realtà non si ha voglia di sanarle, mentre dall’altro genera disillusione in coloro che subiscono le conseguenze di siffatta politica.
Accettare la fatica di recuperare il senso sinottico della complessità – tanto quella che riguarda l’uomo, in senso prettamente antropologico, quanto quella riguardante le conseguenti dinamiche sociali e culturali – non può che avere effetti benefici sull’esercizio e la gestione del potere, ma anche sulla stessa concezione e percezione della politica in tutti coloro che la vivono, pur se in posizioni diverse”.
2) E il territorio cosa può evincere dalla sua riflessione?
“Se per territorio intendiamo la parte di mondo che ci tocca più da vicino, personalmente e nella sfera della nostra socialità immediata; se è il mondo per come noi lo incontriamo e lo viviamo quotidianamente, allora è subito chiaro che il territorio – come a un livello inferiore la nostra casa – è lo specchio degli uomini che lo vivono e che lo fanno. Non esiste infatti il mondo come una somma di realtà che stanno lì, inerti, fuori di noi.
Romano Guardini diceva infatti che il mondo è esso stesso una totalità, una realtà integrale che sorge nell’incontro vivo tra l’uomo e il reale, nella relazione complessa e polare tra l’io e le cose, secondo tutti i livelli di significato che in questa relazione si aprono e si esperiscono.
In chiave politica, Platone diceva che lo Stato è lo specchio e l’ingrandimento dell’anima, ma declinando la medesima affermazione in termini sociologici possiamo dire che anche il territorio (come la casa) è lo specchio e l’ingrandimento dell’anima di coloro che lo vivono.
È infatti la dimensione culturale e spirituale a determinare la dimensione economica, politica e sociale, così come è l’interiorità a determinare in fondo la bellezza esteriore di ogni cosa.
Un uomo e una società educati a tenere conto di tutti i fattori in gioco nell’esistenza, e di tutti i livelli del reale, non potranno quindi che rispecchiarsi in un territorio più armonico e meno lacerato da contraddizioni insolubili”.
3) Che devono fare i cristiani, i cattolici, nel mondo di oggi?
“Nelle pagine finali del Manifesto della Transdisciplinarità, il fisico quantistico Basarb Nicolescu scrive: «Tutto ciò che possiamo fare è testimoniare».
Credo che questo riassuma perfettamente quale sia il compito del cristiano, oggi come sempre, qualunque sia l’epoca in cui si è trovato e si troverà a vivere, e qualunque sia il grado di complessità che ha dovuto o dovrà affrontare. In forza della fede professata, e dell’esperienza vissuta che da tale fede dovrebbe generarsi, il cristiano ha – o dovrebbe avere – tra le sue mani una chiave ermeneutica fondamentale per comprendere e vivere la complessità che oggi ci affronta, ci mette in discussione e ci fa temere.
Se infatti Dio è padre e madre (Giovanni Paolo I, 1978) – mentre noi ancora fatichiamo a ricucire la frattura tra mascolinità e femminilità –, se Dio è al contempo Uno e Trino, una Sostanza in Tre Persone – mentre noi ci dibattiamo sempre in rapporti drammatici e malriusciti –, allora vuol dire che tutto ciò che per noi è contraddizione – politica, sociale, economica, culturale, psicologica o esistenziale –, in Dio è abbracciato e riconciliato, ad un livello superiore rispetto a quello semplicemente umano, al quale dobbiamo tuttavia guardare e che dobbiamo incarnare.
È di questo che, in qualche misura dovremmo dar testimonianza, della possibilità concreta di una pacificazione delle contraddizioni in un’armonia superiore. Ma non in modo fideistico e meramente confessionale, bensì con un’intelligenza – generata dalla fede – adeguata ai nostri tempi e capace di parlare di tutto con tutti; con una solidità di coscienza e un atteggiamento aperto consapevole e responsabile.
Solo questa intelligenza e questa postura potranno infatti esser capaci di dar conto della speranza che è in noi (1Pt 3,15) e che deve essere offerta al mondo; ricordando che l’aggettivo katholikos, per come veniva utilizzato soprattutto nei primi mille anni della Chiesa indivisa, esprime proprio l’apertura all’universalità, tanto l’universalità umana quanto quella del convergere di tutte le traiettorie del cosmo e della storia nell’unico Centro vivificante, fonte e foce di ogni cosa”.