Liste di attesa e mobilità sanitaria: due facce dello stesso problema

Quando il sistema difende i privilegi e non i bisogni, il Ministro se ne dovrebbe accorgere.
In Basilicata il dibattito pubblico tende a trattare le liste di attesa e la mobilità sanitaria come problemi distinti. Da una parte si discute dei tempi per una visita, un esame, un intervento; dall’altra si analizzano i flussi di pazienti che si curano fuori regione e il loro impatto sui conti sanitari.
In realtà, si tratta di due effetti dello stesso squilibrio strutturale. Liste di attesa e mobilità sono due facce dello stesso problema: un sistema che continua a proteggere privilegi consolidati e rendite storiche, invece di programmare partendo dai bisogni reali dei cittadini.
Le liste di attesa non nascono per caso. Non sono una fatalità. Sono il risultato di scelte precise. Quando le risorse vengono governate attraverso tetti di spesa rigidi, criteri storici scollegati dall’evoluzione epidemiologica e meccanismi che premiano la rendita anziché la capacità produttiva, l’effetto è inevitabile: i bisogni restano, ma le prestazioni si fermano. E le liste crescono.
Il bisogno non si annulla perché si esaurisce un budget o perché il CUP funziona male. Una TAC non diventa meno necessaria se il tetto è stato raggiunto. Quando le risorse sono impiegate male, il tempo diventa una punizione e un filtro implicito: chi può aspettare aspetta; chi non può permetterselo, parte.
E qui entra in gioco la mobilità sanitaria.
La mobilità non è solo la libera scelta del cittadino che cerca un’eccellenza altrove. In molti casi è una scelta obbligata. È la conseguenza diretta dell’impossibilità di accedere in tempi congrui alle prestazioni sul territorio. È la risposta individuale a un blocco sistemico.
Quando le liste di attesa diventano strutturali, la mobilità aumenta, la domanda si sposta. E lo fa portando con sé risorse economiche, perché ogni paziente che si cura fuori regione rappresenta una partita finanziaria in uscita.
Il paradosso è evidente: si comprimono la capacità produttiva delle strutture più necessarie con il “nobile scopo” di contenere la spesa, ma così si alimenta la mobilità passiva, che costa di più. Si riduce l’offerta territoriale per mantenere equilibri e privilegi altrove, ma si generano squilibri sostanziali che gravano sui conti regionali e sulle famiglie.
Il problema non è il controllo della spesa. Governare le risorse pubbliche è doveroso. Il problema è come lo si fa. Se il controllo si traduce in rigidità cieca, in criteri cristallizzati, in mancata correlazione tra fabbisogni e programmazione, allora non è buon governo: è malversazione consapevole.
Negli anni, in Basilicata, l’assegnazione delle risorse alle strutture accreditate è avvenuta in larga parte sulla base di parametri che non hanno tenuto conto dell’aumento delle cronicità e della diffusione delle patologie tempo-dipendenti. Il sistema non si è adattato.
E quando un sistema non si adatta, protegge ciò che esiste già. Protegge vantaggi storici. Protegge assetti consolidati. Protegge privilegi. E lascia scoperti i bisogni reali dei cittadini.
Le liste di attesa diventano così uno strumento di razionamento implicito. Non si nega formalmente la prestazione: la si rinvia. Non si dice “no”: si dice “tra sei mesi, un anno” o “telefoni ogni giorno”. Ma in sanità il tempo non è neutro. Può significare complicazioni, perdita di opportunità terapeutiche. I cittadini lo sanno, anche se qualcuno finge di non saperlo.
La mobilità è la valvola di sfogo di questo meccanismo. È la risposta di chi non può permettersi di aspettare. Ma non tutti possono partire. Non tutti hanno risorse economiche, supporto familiare, possibilità logistica.
E qui emerge la dimensione più grave: l’iniquità.
Un sistema che genera liste di attesa strutturali e mobilità forzata non è solo inefficiente. È ingiusto. Perché discrimina in base alla capacità individuale di reagire al blocco. Chi può, si salva. Chi non può, peggio per lui.
Si parla spesso di equità di accesso come principio fondante del Servizio Sanitario. Ma l’equità non si proclama: si costruisce. Si realizza quando la programmazione parte dai fabbisogni reali, quando il diritto di libera scelta è effettivo e non teorico, quando le prestazioni sono accessibili in tempi congrui senza dover attraversare i confini regionali.
Un sistema moderno dovrebbe monitorare dinamicamente la domanda, adeguare i tetti alle mutate necessità, valorizzare le strutture efficienti e capaci di produrre qualità in tempi adeguati.
Invece, troppo spesso, si assiste al contrario: rigidità, ritardi, incapacità di programmare. Le strutture che operano per conto del Servizio Sanitario si trovano nell’impossibilità di pianificare ampliamenti dell’offerta. L’incertezza diventa un muro su cui infrangere e sacrificare ogni buona volontà.
E il meccanismo si autoalimenta in modo perverso: l’incertezza riduce la risposta interna e alimenta ulteriormente la mobilità.
Liste di attesa e mobilità non sono dunque due problemi separati. Sono l’evidenza di una distorsione profonda: la mancata connessione tra programmazione e bisogni reali. Finché la sanità sarà governata come un sistema statico, attento a conservare posizioni e privilegi, anziché come un organismo dinamico capace di adattarsi, continueremo a inseguire emergenze senza risolverle.
La vera riforma non consiste nell’imporre limiti altisonanti, ma nel rendere gli strumenti flessibili e coerenti con gli obiettivi di salute pubblica. Non si tratta di spendere di più, ma di spendere meglio e dove serve.
Se si continua a proteggere le rendite e a ignorare i fabbisogni, liste di attesa e mobilità continueranno a crescere. E con esse crescerà il divario tra chi può curarsi e chi no. Ogni giorno di attesa non necessario è un costo umano prima ancora che economico. Ogni paziente che parte perché non trova risposta sul territorio è una sconfitta del sistema.
Liste di attesa e mobilità sono due facce dello stesso problema che impone una domanda semplice, che anche il livello nazionale dovrebbe porsi: stiamo programmando per difendere pezzi del sistema o per servire i cittadini?
Finché non avremo il coraggio di rispondere a questa domanda con scelte coerenti, continueremo a ingrossare fiumi di parole senza risultato.
