CRONACA

Basilicata, oltre la vetrina: la cultura da sola non basta

C’è un sentimento strano che attraversa la Basilicata negli ultimi anni: un misto di orgoglio e di inquietudine. Orgoglio per essere finalmente sotto i riflettori, per aver mostrato al mondo la propria bellezza, la propria storia, la propria dignità. Inquietudine perché, spenti i riflettori, restano le domande di sempre.

“Di sola cultura e promozione non si vive” non è uno slogan polemico. È una frase che nasce nei bar dei paesi, nelle cucine dove si parla dei figli andati via, nei silenzi delle case chiuse nei centri storici. È una constatazione che non cancella l’importanza della cultura, ma ne misura i limiti quando resta sola.

La Basilicata è una terra che emoziona. I Sassi, le montagne, il mare, i borghi sospesi nel tempo. È giusto raccontarla, valorizzarla, proteggerla. È giusto investire in eventi, in turismo, in iniziative che ne esaltino l’identità. Ma una comunità non si nutre soltanto di bellezza. Ha bisogno di lavoro stabile, di ospedali che funzionano, di scuole che non chiudano, di strade e treni che non facciano sentire lontani dal resto del Paese.

Il turismo porta movimento, ma spesso è stagionale. La promozione crea entusiasmo, ma non sempre crea radici. I giovani non vanno via perché non amano la loro terra. Vanno via perché cercano possibilità che qui faticano a trovare. E ogni partenza è una ferita silenziosa.

Forse il punto non è contrapporre cultura ed economia, ma smettere di trattare la cultura come una soluzione magica. La cultura deve diventare lavoro, impresa, innovazione. Deve dialogare con l’agricoltura di qualità, con le energie rinnovabili, con il digitale, con chi vuole fare impresa senza sentirsi isolato. Deve trasformarsi in opportunità concrete, non solo in racconto.

La Basilicata non ha bisogno di essere soltanto ammirata. Ha bisogno di essere abitata con fiducia. Ha bisogno che chi nasce qui possa scegliere di restare senza sentirsi coraggioso o sacrificato. Ha bisogno di politiche lungimiranti, di investimenti seri, di una visione che vada oltre l’evento e guardi ai prossimi vent’anni.

Non si tratta di rinnegare ciò che è stato fatto. Si tratta di fare un passo in più. Di passare dalla vetrina alla sostanza. Di trasformare l’orgoglio in prospettiva.

Perché la bellezza consola, ma il lavoro trattiene. E una terra vive davvero solo quando chi la ama può costruirci il proprio futuro.

R.P

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