CULTURA E EVENTI

La scomparsa degli dei, con Valentino la fine di un’era

È uno scatto che appartiene alla memoria collettiva della moda italiana: risale al 1985 ed è stato immortalato davanti al Duomo di Milano, nel pieno della Fashion Week. Nell’immagine compaiono fianco a fianco quelli che allora erano stilisti all’apice del successo e che oggi vengono considerati i veri artefici dell’identità del Made in Italy.

Da Laura Biagiotti a Gianni Versace, da Krizia a Gianfranco Ferré, da Mila Schön a Giorgio Armani, passando per Ottavio Missoni, Franco Moschino, Luciano Soprani e Valentino, l’ultimo grande protagonista di quella generazione a scomparire, venuto a mancare ieri nella sua Roma.

Riguardare oggi quella fotografia, realizzata dalla giornalista Adriana Mulassano, significa tornare con la mente a un’epoca ormai conclusa, quando la moda italiana era raccontata e guidata da un gruppo ristretto di creativi capaci di esportare nel mondo un’idea precisa di eleganza, artigianalità e stile.

Di tutti i volti ritratti in quello scatto simbolico, oggi rimane in vita soltanto Paola Fendi, nata nel 1931. Alcuni di quei protagonisti se ne sono andati troppo presto: Gianni Versace fu ucciso nel 1997 a soli 51 anni, mentre Franco Moschino morì nel 1994, a 44 anni, a causa dell’Aids.

Altri si sono spenti più recentemente. Giorgio Armani è scomparso il 4 settembre scorso all’età di 91 anni, continuando fino all’ultimo a guidare il gruppo fondato nel 1975.

Proprio in questi giorni, alla Milano Fashion Week, è stata presentata la prima collezione che porta il suo nome firmata dal successore Leo Dell’Orco, nello stesso momento in cui si è diffusa la notizia della morte di Valentino, spesso definito “l’ultimo imperatore della moda”.

Da quella storica fotografia mancano anche nomi che, nel tempo, hanno seguito percorsi diversi. Etro, casa di lusso nata nel 1968 per iniziativa di Gerolamo “Gimmo” Etro come realtà tessile, è stata ceduta lo scorso dicembre a un gruppo di investitori, seguendo una strada già intrapresa da molti altri marchi storici.

Lo stesso Valentino oggi fa capo alla holding MFI Luxury Srl, con Mayhoola come socio di riferimento e Kering in quota minoritaria.

Fendi, fondata nel 1925 da Edoardo e Adele Fendi, è entrata nel 2001 nell’orbita del colosso francese LVMH, mentre Gucci appartiene al gruppo Kering. Il marchio Gianfranco Ferré, dopo la scomparsa del suo fondatore nel 2007 e il passaggio alla holding Dubai Paris Group, ha progressivamente interrotto la propria attività, così come Krizia è uscita dai radar dopo il trasferimento in mani cinesi.

Continua invece il suo percorso, nonostante la morte del fondatore nel 2024, il brand Roberto Cavalli, acquisito nel 2019 dall’imprenditore di Dubai Hussain Sajwani e oggi affidato alla creatività di Fausto Puglisi.

In un panorama segnato da molte perdite e poche certezze, restano alcuni punti fermi. Il gruppo Prada, che dallo scorso anno ha acquisito Versace, rappresenta uno dei pilastri ancora solidi del sistema moda italiano, insieme a Dolce & Gabbana e alla continuità garantita da Lavinia Biagiotti, che ha portato avanti con rispetto e coerenza l’eredità della madre Laura, scomparsa nel 2017.

Esistono anche famiglie che hanno scelto di non cedere il controllo delle proprie maison ai grandi conglomerati internazionali, come gli Zegna. Tuttavia, rispetto a quell’immagine iconica del 1985, il contesto è profondamente mutato: oggi la moda non è più guidata principalmente da stilisti-imprenditori che si sono costruiti dal nulla, come Armani o Valentino, ma da gruppi finanziari e fondi di investimento.

Un sistema in cui i direttori creativi si avvicendano rapidamente, spesso in base ai risultati economici, senza il tempo necessario per costruire una visione e un immaginario duraturo.

Prima ancora di essere un’industria, la moda per Valentino, Moschino, Armani, Missoni, Ferré o Krizia era un progetto ideale: il desiderio di rendere il mondo più bello attraverso il proprio linguaggio estetico.

Ciascuno con la propria cifra stilistica ha interpretato le trasformazioni sociali e culturali di intere generazioni, dando forma ai cambiamenti del tempo e offrendo a donne e uomini un modo per riconoscersi o elevarsi. Il business era presente, certo, ma subordinato alla creatività.

Ed è forse proprio questo l’elemento più prezioso di quel Made in Italy che oggi sembra appartenere al passato, o che sopravvive soltanto nelle mani di pochi marchi rimasti, con orgoglio, indipendenti.

ANSA

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