CRONACA

Bolognetti: lo sciopero della sete prosegue ad oltranza con le modalità annunciate

All’astensione dall’acqua si affiancherà anche quella da alcuni farmaci

Per provare a dare più tempo all’azione nonviolenta che sto conducendo, dopo circa 72 ore di sciopero della sete (iniziato alle 23.59 del 6 gennaio 2026), mi sono fatto iniettare 500 cc di soluzione fisiologica.

Un piccolo palliativo i cui effetti, a giudicare dai segnali che giungono dal mio corpo, vanno già esaurendosi, come del resto previsto e preannunciato dal mio medico curante.

Un tempo minimo, necessario per consentire riflessioni e per “alimentare” i miei interlocutori, auspicando che comprendano che sto rivendicando un diritto umano che rappresenta – lo ribadisco – il sale di ogni autentica democrazia: il diritto alla conoscenza.

Il prof. Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa presso la Pontificia Università dell’Italia Meridionale e già deputato della XII legislatura, nei giorni scorsi, nell’apprendere della mia intenzione di riprendere lo sciopero della sete, mi ha scritto: «Maurizio, ti esprimo il mio totale disaccordo. Non per il tuo gesto: profetico, politico e generoso.

Ma per la pochezza degli interlocutori. Non è un confronto tra pari, anche se di vedute divergenti. Alla causa servi vivo e in forze. Puoi dire che amici molto attenti ti hanno convinto a continuare con altri mezzi che non intacchino la tua salute».

Nel guardarmi attorno e nel registrare la perdurante assenza di risposte – o di risposte finalmente adeguate – da parte dei miei interlocutori, in primis la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, presieduta dalla senatrice Barbara Floridia (M5S), e i vertici di Viale Mazzini (RAI), oltre al TGR Basilicata, non vorrei davvero dover dar ragione al prof. Tanzarella quando parla di “pochezza degli interlocutori”.

Interlocutori tra i quali includo, e lo ritengo persino scontato, anche il ceto politico di ogni colore. È facile riempirsi la bocca con la parola “democrazia”, ma essa vive soltanto se c’è rispetto di ciò che ne è sinonimo.

Non comprendere questo aspetto – o comprenderlo fin troppo bene ed essere complici per omissione, ignavia o convenienza – non farebbe che confermare un punto di caduta in cui la politica si trasforma in mera guerra tra bande, in atti di cannibalismo e, talvolta, in comportamenti da ladri di Pisa, che fingono di litigare di giorno per poi spartirsi il bottino di notte.

Ripeto, a mo’ di mantra: il mio non è un ricatto, ma la rivendicazione di un diritto che è anzitutto diritto di ogni cittadino di questo Paese.

Un diritto negato in un contesto – quello de La Peste Italiana, descritto in un documento del 2009 – in cui da tempo le tornate elettorali e referendarie si trasformano in partite truccate e in cui, a partire dal 1948, la Costituzione scritta è stata sostituita dalla Costituzione materiale.

È quasi superfluo ricordare che quel documento, nel momento stesso in cui è stato reso pubblico, è divenuto clandestino.

Un Paese senza memoria è un Paese condannato a vivere in un eterno presente, in cui il passato si perde e viene comodamente rimosso.

A volte ho l’impressione che viviamo tutti – inclusi boia, censori e killer seriali di democrazia e diritti – dentro un frullatore che tritura idee, vite, proposte e contenuti.

Vorrei non dover scrivere che la RAI, lottizzata da decenni a discapito dei tanti giornalisti che vorrebbero semplicemente fare il proprio lavoro, assomiglia troppo spesso all’ordigno vociferante del Ventennio o alla CCTV cinese, in una convergenza tra estremi di stampo stalinista-fascista che, come spesso accade, finiscono per combaciare.

Vorrei non dover affermare che la RAI è il nostro “Arcipelago Gulag”, che si avvale anche della consulenza di solerti manganellatori, come ad esempio il dott. Gennaro Cosentino, sordo a ogni tentativo di dialogo e di reale confronto, al pari degli altri interlocutori sopra citati.

Al di là della questione contingente – inerente alle purghe comminate a chi, come l’Associazione Radicali Lucani e il sottoscritto, si è espresso a favore del Sì alla riforma dell’ordinamento giudiziario – non posso non chiedermi perché non vi sia alcuna reazione di fronte alla paralisi, più volte denunciata, di una fondamentale istituzione parlamentare quale la Commissione di Vigilanza sui servizi radiotelevisivi (chiedere all’on. Nevi).

E oltre ancora, a monte di tutto, c’è il macigno di una realtà che da troppo tempo si nutre di dibattiti negati, confronti negati, conoscenze negate.

Da quanto tempo, per esempio, non si discute seriamente degli effetti devastanti di un proibizionismo che trasforma un problema socio-sanitario in una questione di ordine pubblico? C’è stato, negli ultimi anni, uno straccio di dibattito sul montante dato di antidemocrazia e di erosione dello Stato di diritto?

Abbiamo discusso di cosa sia oggi il capitalismo e di cosa abbia generato la cosiddetta bolla dei subprime (la crisi finanziaria globale del 2007-2008)?

Di quale globalizzazione e di quali democrazie parliamo? Certamente non abbiamo assistito alla globalizzazione della democrazia e dei diritti umani. Ci siamo mai soffermati, anche solo per un momento, sul discorso di commiato pronunciato nel 1961 dal 34° presidente degli Stati Uniti, Dwight D. Eisenhower?

Ci rendiamo davvero conto che ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza ci riguarda direttamente? Ci è stata data la possibilità di comprendere il mondo e la sua complessità?

E quando parliamo di imperialismi, come mai fatichiamo a riconoscere la pericolosità dell’imperialismo e del neocolonialismo cinese, fatto anche di land grabbing in Africa? La Cina è un regime totalitario a tutto tondo, che richiama inquietantemente il 1984 di Orwell.

Strabismi analitici, carenze nella lettura geopolitica, una realpolitik che prima o poi presenterà il suo conto: un capitalismo della sorveglianza, cannibale e illiberale, che erode e inghiotte la democrazia. Dove accidenti è il dibattito su tutto questo?

Dove sono gli scontri veri, quelli che non dividono ma uniscono perché fondati sul confronto di idee e non su appartenenze tribali o su curve da hooligan?

Viviamo in democrazie sempre più formali, che rischiano di trasformarsi – se già non lo sono – in democrazie senza democrazia, contrapposte a vecchi e nuovi totalitarismi. È l’epoca della post-verità e della post-democrazia.

Scriveva Albert Camus alla fine de La peste:
«Il bacillo della peste non muore né scompare mai… e forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice».

Ripeto ancora: senza il rispetto del diritto umano alla conoscenza non può esserci democrazia. Il “proibito capire” ci nega conoscenza e crescita collettiva e lascia spazio a stereotipi e narrazioni farlocche da regime.

Sorrido, amaramente, rileggendo ciò che scriveva Joseph Pulitzer nel 1904:
«La nostra repubblica e la nostra stampa cresceranno o cadranno insieme…».

Quanti, oggi, nel mondo dell’informazione dominato da multinazionali e spartizioni partitocratiche, sono davvero consapevoli del ruolo che svolgono?

Ribadisco, infine, che lo sciopero della sete proseguirà ad oltranza, con l’assunzione ogni 72 ore di una flebo da 500 cc di soluzione fisiologica o glucosata.

Ricordo che questa azione è stata preceduta da 44 giorni di sciopero della fame e digiuno alternati e da 37 ore di sciopero della sete. A ciò si aggiunge la rinuncia, da subito, non solo ad acqua e cibo, ma anche all’assunzione di alcuni farmaci necessari per patologie croniche.

La mia, la nostra, è fame e sete di libertà, democrazia e giustizia. È un tentativo di dialogo che si oppone a mortifere quieti.

Continuo a voler dare fiducia ai miei interlocutori e spero in un segno di vita anche da parte di un ceto politico oggi afasico. Non basta dirmi che devo smetterla: a dover smettere sono i miei e i nostri interlocutori, che si comportano come killer seriali della democrazia. Apprezzo l’interessamento sincero per la mia salute, ma auspico che ad esso seguano azioni concrete.

Unicuique suum.

Qui l’editoriale delle ore 23.20 del 9 gennaio 2026:

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