CRONACA

“Padre Basilio, l’uomo che non si è mai voltato indietro” Matera saluta il suo sacerdote più scomodo, più fedele, più umano

Oggi Matera piange uno dei suoi figli adottivi più autentici: Padre Basilio Gavazzeni, missionario monfortano, è morto a 80 anni dopo una vita intera passata accanto agli ultimi, nei margini difficili dove il Vangelo si sporca le mani per diventare carne viva.

Originario di Verdello, in provincia di Bergamo, aveva scelto il Sud e Matera come sua casa, il luogo dove mettere radici e spendersi fino all’ultimo respiro. Non era un prete comodo, e non voleva esserlo. Era ruvido, diretto, senza fronzoli. Parlava chiaro, spesso con parole dure, ma sempre guidato da una fede profonda, vera, radicata nella concretezza della vita e nell’urgenza del servizio.

Per anni è stato parroco alla chiesa di Sant’Agnese e poi al Santissimo Crocifisso. Ma il suo volto più noto era quello del combattente: Presidente della Fondazione Lucana Antiusura “Mons. Cavalla”, ha lottato senza sosta contro l’usura e il gioco d’azzardo, due ferite che sapeva non solo riconoscere, ma nominare senza paura. “L’usuraio – diceva – non è un fantasma. È il vicino di casa. E il silenzio è il suo alleato più forte”.

Quel coraggio non è mai stato retorico. Negli anni ’90, la porta della sua parrocchia fu fatta esplodere con un chilo di tritolo. Era un avvertimento, ma lui non si piegò. Continuò a camminare con i più fragili, a tendere la mano a chi era caduto, a proporre vie di rinascita, mai facili, sempre possibili.

Padre Basilio non amava la ribalta, ma sapeva scrivere con una sensibilità sorprendente. Nei suoi testi autobiografici emergeva una dolcezza nascosta, un senso profondo di gratitudine per la famiglia, per la fede ricevuta, per una madre che pregava Dio “di non farli uscire di senno”. Lo scriveva con tenerezza, come chi sa che le radici contano più del clamore.

È stato un sacerdote di frontiera, uno di quelli che “mettono mano all’aratro e non si voltano indietro”, come scriveva citando il Vangelo di Luca. Ha tracciato solchi profondi nella vita di chi lo ha incontrato: famiglie disperate, giovani smarriti, uomini e donne piegati dal debito. Non li ha mai lasciati soli. A volte era severo, ma sempre giusto. E soprattutto presente.

La Chiesa di Matera lo ricorda oggi con il volto duro di chi non ha mai cercato di piacere, ma solo di servire. E con il cuore grande di chi ha amato fino in fondo, anche senza dirlo troppo. Ha creduto in una fede scomoda, mai tiepida, mai compiacente. Una fede che non consola, ma chiama. Che non chiude gli occhi, ma li apre.

Con lui se ne va un testimone, un lottatore, un padre. A Matera e in tutta la Basilicata lascia un’eredità che non si dimentica: la certezza che il Vangelo, se vissuto davvero, cambia le storie. Anche le più spezzate. Anche quelle senza speranza.

Pulsante per tornare all'inizio