MEDIA

Le relazioni digitali (pericolose)

Alessandro Capezzuoli, funzionario ISTAT e responsabile osservatorio dati professioni e competenze Aidr

La trasformazione digitale delle relazioni umane è iniziata molti anni  fa, e non è nata con i sistemi di messaggistica istantanea.

È figlia  di un insospettabile colpevole che si chiama link. O, meglio,  hyperlink. Ritengo da sempre che l’hyperlink sia tra le invenzioni più  importanti del secolo scorso e, tutto sommato, ha origine da un’idea  semplice: io sono qua e con un clic vado là.

Leggerezza calviniana.  Velocità. All’inizio, il link collegava dei documenti ipertestuali, ma  ben presto ha iniziato a collegare persone, sentimenti ed emozioni.

Basta aprire un qualsiasi social network per (ri)scoprire quanto sia  ancora attuale e rivoluzionario il link.

Gli amici sono dei link, il  curriculum è un link, sono link le foto postate su instagram e le  ricerche che si fanno per capire, sempre restando confinati alle  relazioni umane, le caratteristiche di persona, chi è, cosa fa, di  cosa si occupa.

La reputazione e la vita privata  di una persona sono  di fatto affidate ai link, che hanno soppiantato totalmente il ruolo  millenario delle comari di paese. Io sono qua e vado là, a vedere,  senza che si sappia, chi è quella persona che ha suscitato il mio  interesse.

Vale per una selezione lavorativa o per una selezione  sentimentale. Senza guardare negli occhi per vedere dentro. Senza  ascoltare come cambiano la voce e l’espressione del viso al suono  secco di una domanda. Senza possibilità di capire, dalla gestualità  del corpo, le reazioni involontarie, quelle che non si possono  nascondere dietro alle parole.

Datemi un link e vi sovvertirò il  mondo, avrebbe affermato Archimede, se ne fosse stato lui l’inventore.

E le informazioni superficiali che si possono avere dai link sono  molte: gli interessi, gli hobby, il lavoro, la partecipazione alla  vita sociale, la situazione sentimentale… perfino le opinioni sui  valori e sulla morale. Tutto tranne i sentimenti, quelli dai link non  si vedono.

Le prime avvisaglie che qualcosa stava cambiando si sono  avute verso la fine degli anni ‘90, con l’utilizzo di massa della  posta elettronica nei luoghi di lavoro.

I nostalgici ricorderanno  senz’altro quelle inutili e infinite discussioni, consumate a colpi di  centinaia di email ricche di insulti e di provocazioni, in cui  chiunque si sentiva legittimato a scrivere qualsiasi cosa.

L’Italia si  è trasformata ben presto in un Paese di rissosi da tastiera, capaci di  dar luogo a vere e proprie sfide all’O.K. Corral, che tentavano  goffamente, con fiumi di parole e frasi spesso sgrammaticate, di  rivendicare una qualche ragione, di scaricare responsabilità o di  affibbiare una qualche colpa.

Parallelamente alle liti a distanza,  però, fiorivano anche le prime relazioni clandestine virtuali. Poi c’è  stata un’ulteriore evoluzione: i social e le chat hanno velocizzato  gli scambi e le relazioni si sono velocizzate. Sono diventate prodotti  da consumare in fretta, laddove, da sempre, necessitano di tempo e di lentezza.

Il linguaggio si è dovuto adeguare  ad assumere un ruolo per il quale non era stato pensato: esprimere in  pochi tic tac sul touch screen, e bip delle notifiche, le emozioni, le  reazioni e i sentimenti.

Per chi come me è attento alle parole, ne  subisce il fascino, la bellezza, e le considera il dono che il grande  padre Giove ha fatto agli uomini per comunicare efficacemente, è  facile accorgersi di tante piccole sfumature che denotano la  pericolosità delle relazioni digitali.

Per esempio, quando si chatta  (ops, stavo per scrivere parla, un lapsus…) con qualcuno con cui si ha  un rapporto libero e leale, si fa poca attenzione alla punteggiatura,  diventa quasi superflua. Si lasciano le domande e le risposte aperte.  Si danno tutte le possibilità.

È un po’ come stare rilassati al pub a  bere un boccale di birra. Ma quando si sta sulla difensiva, o si vuole  esprimere disappunto, la punteggiatura diventa un requisito  comunicativo essenziale. Scrivere No potrebbe bastare, ma No., oppure  No!, è molto più efficace.

Evidenzia la  chiusura, rende il rifiuto  definitivo.Toglie il diritto di replica. Francamente, il punto  aggiunto alle parole durante uno scambio di messaggi mi lascia sempre  un po’ interdetto.

Provo una sorta di tenerezza nei confronti di chi  pensa che le questioni si possano realmente chiudere così. Che quel  punto riesca realmente a creare dei muri e a considerare chiusa la  questione.

La punteggiatura nella narrativa ha un ruolo essenziale  essenziale, ma mentre si parla, anche laddove si facciano delle pause  alla Celentano, difficilmente si percepisce dove inizia il punto è  quando si va realmente a capo. E il punto esclamativo? Lo trovo  ambiguo, può mettere in difficoltà.

Se qualcuno risponde Sì!, qual è  il corretto significato da attribuire alla risposta? In termini di  emozioni, intendo.

Quel punto esclamativo significa “sì, sì, sì”? È  un’esortazione, tipo, “sì, muoviti”? È voglia di chiudere in fretta la  conversazione e passare ad altro, senza soffermarsi troppo?

Beh, può  significare qualunque cosa, dipende dallo stato d’animo di chi lo  scrive e di chi lo interpreta. Guccini, nel Cyrano scritto con Dati,  utilizzava un’espressione evocativa : “Infilerò la penna ben dentro il  vostro orgoglio perché con questa spada vi uccido quando voglio”.

Forse non è proprio così, forse le parole non uccidono, ma sicuramente  possono fare molto male e ferire profondamente.

Se non fosse una  triste realtà, ci sarebbe da ridere di fronte a una situazione  grottesca in cui qualcuno prova dolore, piange, soffre e si emoziona  non davanti a una persona ma davanti a uno schermo che non ha nemmeno  le sembianze umane.

Eppure, con questo tipo di schiavitù bisogna farci  i conti. C’è chi calcola i tempi di risposta, o di visualizzazione, di  un messaggio perché anche i silenzi, le pause e i ritardi digitali  hanno assunto un significato diverso e sono portatori di un notevole  carico d’ansia. Se non risponde, ci sarà un motivo, significa che mi  ignora o “chissà cosa stia facendo”.

L’ipotesi che possa aver lasciato  da parte il telefono non viene presa in considerazione. Alzi la mano  chi almeno una volta non è stato assalito da un’angoscia  incontrollabile mentre, durante una discussione (si fa per dire)  accesa, magari in un momento topico in cui si stava consumando la fine  di una storia d’amore, il messaggio “Sta scrivendo…” si è interrotto  di colpo.

Per poi riprendere. In quei frammenti di tempo si concentra  tutta la relazione: i pensieri si affastellano, sono fiumi in piena,  si susseguono velocemente emozioni e stati d’animo come non era mai  successo nella storia dell’uomo.

Dall’altra parte c’è qualcuno che ha  cambiato idea. E quella pausa rende evidente una reazione comunissima,  ma che di solito non viene percepita nella vita reale, a meno che non  venga inventato un display da applicare sulla fronte che segnali “sta  cambiando idea” durante una conversazione.

Nelle relazioni digitali ci  sono un uomo, una donna e due schermi che li separano. Che fanno da  filtro. Che nascondono e ingannano. Parole virtuali e sofferenze  reali. Tutto. Rigorosamente. Davanti. A. Uno. Schermo. Velocemente.  Qua i punti ci stavano bene…

Il problema è che ci siamo abituati troppo alla velocità della vita.  Non riusciamo più a trattenere nulla, ad assaporare. Sintetizziamo. A  volte si sente il bisogno di  “chiudere gli occhi per fermare qualcosa  che è dentro te ma nella mente tua non c’è”. E respirare. E dargli  tempo. Dargli spazio.

Invece, le relazioni digitali vanno di corsa,  richiedono velocità, Non c’è tempo per ragionare, per rallentare, per  riflettere, per spiegare, per chiedere scusa, per esprimere un  concetto che riguardi gli infiniti ambiti della vita quotidiana.  Figuriamoci se c’è tempo per stringersi la mano, baciarsi,  abbracciarsi, camminare fianco a fianco. A che scopo, se ci sono  decine di emoticon pronte all’uso che sintetizzano benissimo  altrettanti gesti?

In passato, per curiosità, ho letto la  corrispondenza tra i fisici e i matematici dell’800. Si trattava di  lettere lunghissime e rispettose in cui venivano dibattute questioni  complesse per arrivare a una qualche conclusione. Non c’era un  vincitore. Le conversazioni digitali vogliono che spesso ci sia un  vincitore e un vinto.

E, nella competizione, le emoticons hanno un  ruolo centrale. La dinamica è spesso la seguente: si inizia a  scambiare messaggi in modo soft e, per un motivo o per un altro, si  arriva al climax, a un punto di rottura in cui la rabbia è esplosa, il  viso diventa rosso come il succo di melograno e il cuore galoppa come  Furia cavallo del west. Ma non si può reagire, c’è lo schermo, bisogna  usare un’emoticon.

Ma per rappresentare bene quello stato d’animo,  servirebbe una gif animata che raffiguri Mario Merola in modalità  “piazzata” che spara minacce casuali del calibro di “T’accid ‘a  madre”. Invece no, qual è l’emoticon che si usa per rappresentare  quello stato di agitazione e tagliare corto? Il pollice alzato di  Fonzie, usato non per dire “tutto ok” ma per un più provocatorio “stai  bene così”.

E chi lo usa conosce benissimo la reazione violenta che  suscita nell’avversario e che va ben oltre le minacce di Mario Merola:  roba tipo “te lo spezzerei, quel pollice, se fossi lì”. Ma per fortuna  c’è  sempre uno schermo.

Il pollice non è vero, è un fake pollice, che  conduce a una verità incontrovertibile: se Leibniz avesse risposto  all’epistola prior e all’epistola posterior di Newton con un pollice  alzato, probabilmente non avremmo mai conosciuto Le monadi e la  gravitazione universale…

Paradossalmente, però, e questo è veramente un mistero comunicativo,  l’immagine che rappresenta l’incazzatura (passatemi il termine)  esiste, si tratta di una faccetta rossa e arrabbiata che non assume  mai il reale significato a cui è deputata.

Non viene presa sul serio,  perché, diciamo la verità, quando parte l’embolo della rissa, a  nessuno verrebbe in mente di assumere l’espressione di una faccetta  rossa simpaticamente imbronciata.

Ben più pericolose sono le emoticon che rappresentano le diverse  sfumature d’amore. E le diverse sfumature di ipocrisia e di falsità.

C’è un abuso di simboli mielosi che nella realtà non si  trasformerebbero mai in azioni concrete. Baci e bacetti inviati a  persone che dal vivo non vorresti toccare nemmeno con la canna da  pesca. Invece la rete prolifera di bit che trasportano cuori e baci  “cuorosi” a chiunque, anche a perfetti sconosciuti, per fingere  empatia o per esprimere un qualche sentimento.

Tanto c’è lo schermo  del telefono a fare da filtro. Dall’altra parte, però, c’è sempre  qualcuno che interpreta, fraintende, spera, soffre… e spesso l’altra  parte non si capisce bene quale sia, se quella del mittente o del  destinatario.

Se gli scambi virtuali tra due persone stanno dimostrando ampiamente  le difficoltà relazionali di questa e delle future generazioni, gli  scambi di gruppo denotano dei disagi ben più importanti, che  rafforzano l’impressione espressa da Umberto Eco qualche anno fa,  ovvero che “internet ha dato diritto di parola a legioni di  imbecilli”. Per esempio, se In un gruppo c’è qualcuno che scrive, che  so, Qualcuno sa dirmi la vera ricetta della coda alla vaccinara?, la  risposta non proviene soltanto da chi ha qualcosa da dire. Ci  mancherebbe altro.

Ognuno deve dire la sua. E quando ricapita un  momento di visibilità? No. Io no. NO! Io no, mi dispiace. Io ce  l’avevo, ma l’ho persa. Provo a chiedere a mia nonna e ti faccio  sapere. Io no, ma ho quella degli strozzapreti alla romana, va bene lo  stesso? Te la darei volentieri, ma sono fuori casa.

Decine di messaggi  per non ottenere nulla, a parte un aumento non richiesto del traffico  di rete. Poi ci sono le comunicazioni di servizio, quelle che  bisognerebbe leggere senza replicare e che invece danno luogo alle 50  sfumature di “grazie”. Grazie. Grazie! Grazie mille. Grazie davvero.

Grazie (cuoricino). Grazie (emoticon circondata da cuoricini).Ma  grazie! Di nulla. Grazie a te. E infine ci sono gli auguri, quelli che  nella realtà nessuno ricorda, a parte quelle poche persone che ci  tengono sul serio.

In ogni caso, al segnale di auguri si scatena ogni  volta l’inferno. Un trionfo di faccette festanti, bicchieri brindanti  e coriandoli di ogni tipo.

Forse dipende dall’età, forse dipende dalla  stanchezza, forse dipende dalla scarsa capacità di comprendere dei  valori diversi perché sono troppo ancorato ai miei, ma queste  relazioni non riesco proprio a viverle con partecipazione.

Dignitoso  distacco. Eppure sostengo la trasformazione digitale da sempre e in  quasi tutti gli innumerevoli aspetti positivi di cui è portatrice.  Tranne questo.

Non lo comprendo. Ho bisogno di tutte quelle  manifestazioni di cui l’uomo è capace di esprimere solo dal vivo.  Insomma di quella vita che la virtualizzazione dei sentimenti in  qualche modo ha offuscato. Ad maiora

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