DA FIGLIO DI UNO SPAZZINO A IMPRENDITORE: 40 ANNI FA AVEVO 21 ANNI E UN SOGNO. OGGI HO UNA VITA DA RACCONTARE.
15 OTTOBRE 1986 – 15 OTTOBRE 2026. Quarant'anni di sacrifici, coraggio e umanità. La storia di un ragazzo partito da una famiglia numerosa e dalle difficoltà della vita, che non ha mai smesso di credere nel proprio futuro. E che oggi vuole dire grazie a suo padre, ai suoi collaboratori e a tutte le persone incontrate lungo il cammino.

Per me, il 15 ottobre è una di queste date.
Oggi, 15 ottobre 2026, sono trascorsi esattamente quarant’anni da quando, a soli 21 anni, iniziavo la mia avventura imprenditoriale nel mondo dell’assistenza agli anziani, aprendo ad Altamura la mia prima struttura: Villa Serena.
Quarant’anni.
Se mi volto indietro, mi sembra incredibile pensare a quanta strada sia passata da quel giorno. Quante difficoltà, quante responsabilità, quante notti insonni, quante soddisfazioni e, soprattutto, quante persone hanno attraversato la mia vita.
Oggi ho 61 anni. Non sono più quel ragazzo pieno di sogni e con poca esperienza, ma dentro di me vive ancora la stessa voglia di andare avanti, di fare, di costruire.
Eppure, in questa giornata così importante, non voglio parlare soltanto dei risultati raggiunti. Voglio raccontare da dove sono partito, chi ha creduto in me quando tutto doveva ancora cominciare e quante persone hanno contribuito a scrivere questa storia.
Perché, dopo quarant’anni, ho capito una cosa: il valore di una vita non si misura soltanto da ciò che si riesce a costruire, ma anche dalle persone che si incontrano e dai segni che si lasciano nel loro cuore.
LE MIE RADICI: UNA FAMIGLIA DI TREDICI FIGLI, TANTI SACRIFICI E UN SOGNO DA REALIZZARE
Sono il quinto di tredici figli.
Sono cresciuto in una famiglia numerosa, dove l’amore non mancava, ma dove le difficoltà economiche facevano parte della quotidianità. Erano anni in cui bisognava sapersi accontentare, imparare presto il significato del sacrificio e comprendere che ogni piccola conquista richiedeva impegno.
Mio padre Peppino faceva lo spazzino.
Un lavoro umile, faticoso, ma che non ha mai tolto nulla alla sua dignità. Anzi, se oggi penso a lui, penso a un uomo straordinario proprio per la sua semplicità, per la sua onestà, per la sua generosità e per la capacità di affrontare la vita senza mai tirarsi indietro.
Lavorava duramente per mantenere una famiglia così numerosa, ma aveva qualcosa che andava oltre la fatica quotidiana: sapeva guardare avanti. Aveva una visione della vita che, ancora oggi, considero una delle eredità più preziose che mi abbia lasciato.
La mia giovinezza, però, fu segnata da una perdita che nessun figlio dovrebbe conoscere così presto.
A soli 16 anni persi mia madre.
Ero ancora un ragazzo, andavo a scuola e mi ritrovai improvvisamente a fare i conti con un dolore immenso. Perdere la mamma durante l’adolescenza significa crescere con un’assenza che ti accompagna negli anni, anche quando la vita ti costringe a diventare adulto in fretta.
Il tempo passa, ma certi vuoti rimangono. Si impara a conviverci, si va avanti, si costruisce il proprio futuro, ma una parte del cuore continua a cercare quella presenza.
Oggi, mentre celebro questi quarant’anni, il mio pensiero va anche a lei. Alla mamma che avrei voluto accanto, alle parole che avrei voluto raccontarle, agli abbracci che avrei voluto ancora ricevere.
Forse proprio le difficoltà della mia famiglia, i sacrifici di mio padre e quel dolore così precoce hanno contribuito a far nascere dentro di me una determinazione particolare.
Sentivo che dovevo provarci.
Volevo lavorare, diventare indipendente, costruire qualcosa di mio. Volevo dimostrare a me stesso che le condizioni di partenza non dovevano necessariamente stabilire il punto di arrivo.
Non avevo grandi mezzi economici. Non avevo garanzie. Non sapevo ancora quante prove mi avrebbe riservato il futuro.
Ma avevo 21 anni, una grande voglia di fare e un sogno nel cuore.
E, qualche volta, per cominciare una grande avventura, è proprio questo che serve.
15 OTTOBRE 1986: A 21 ANNI COMINCIA LA MIA AVVENTURA IMPRENDITORIALE
Quel giorno aprii ad Altamura Villa Serena, una piccola struttura dedicata all’assistenza degli anziani.
Non potevo immaginare che quella scelta avrebbe segnato così profondamente i successivi quarant’anni della mia vita.
Ero giovane, avevo tanta strada da percorrere e molte cose da imparare. Davanti a me c’erano responsabilità, problemi da risolvere, decisioni da prendere e ostacoli che allora non avrei saputo nemmeno immaginare.
Ma c’era anche una cosa fondamentale: la volontà di provarci.
E in quel primo passo ebbe un ruolo decisivo mio padre Peppino.
Fu lui a incoraggiarmi e a credere nella possibilità che quel progetto diventasse qualcosa di concreto. Lui, che aveva trascorso la vita facendo un lavoro umile e affrontando sacrifici enormi per crescere tredici figli, riuscì a vedere in me una possibilità, un futuro, una strada da percorrere.
Quando ci penso, ancora oggi mi emoziono.
Mio padre non mi lasciò grandi ricchezze materiali. Mi diede qualcosa di più importante: fiducia.
Mi trasmise il valore del lavoro, della dignità, dell’onestà e della determinazione. Mi insegnò, soprattutto attraverso il suo esempio, che non bisogna vergognarsi delle proprie origini e che il lavoro, qualunque esso sia, merita rispetto.
Se oggi sono arrivato a celebrare quarant’anni di attività, una parte fondamentale di questo traguardo porta il suo nome: Peppino, mio padre.
Da quella prima struttura di Altamura iniziò un percorso che negli anni successivi mi avrebbe portato in Basilicata, una terra che è diventata una parte essenziale della mia storia personale e professionale.
Con sacrifici, impegno e determinazione sono nate altre strutture dedicate all’assistenza degli anziani. Abbiamo accolto tante persone, accompagnato famiglie nei momenti delicati della loro vita e creato opportunità di lavoro per tanti operatori.
Il sogno di quel ragazzo di 21 anni cominciava a trasformarsi in realtà.
Non è stato un percorso semplice e non tutto è arrivato immediatamente. Ogni passo ha richiesto impegno, responsabilità e la capacità di affrontare le difficoltà senza perdere di vista l’obiettivo.
Ma, giorno dopo giorno, quel sogno ha preso forma.
E oggi, quarant’anni dopo, posso dire che ne è valsa la pena.
IL VERO CAPITALE DELLA MIA VITA? I VOLTI DEGLI ANZIANI CHE HO INCONTRATO
Se qualcuno mi chiedesse qual è il ricordo più importante di questi quarant’anni, non risponderei parlando di edifici, strutture o traguardi imprenditoriali.
Parlerei delle persone.
Dei tantissimi anziani che ho conosciuto, dei loro occhi, delle loro mani, dei loro sorrisi e delle loro storie.
In quarant’anni ho ascoltato racconti di guerra, povertà, emigrazione, lavoro nei campi, sacrifici familiari, amori, figli cresciuti con fatica e sogni realizzati dopo una vita di rinunce.
Ogni anziano portava con sé un mondo. Un’esistenza fatta di esperienze, sofferenze, gioie e ricordi che meritavano di essere ascoltati.
Quante volte, parlando con loro, mi è sembrato di ritrovare qualcosa della mia famiglia, dei miei genitori, della mia infanzia e di quei tempi difficili in cui si imparava presto il valore delle cose essenziali.
Forse è anche per questo che ho sempre sentito un legame particolare con le persone anziane.
Stare vicino a loro mi ha insegnato che l’assistenza non può ridursi a un insieme di prestazioni. Prendersi cura di una persona significa riconoscerne la dignità, rispettarne la storia, ascoltarne le parole e non farla sentire sola.
Un sorriso, una carezza, una parola gentile possono sembrare piccoli gesti. Ma per una persona fragile possono rappresentare qualcosa di immensamente grande.
Tanti degli anziani che ho conosciuto non ci sono più. Alcuni sono rimasti nella mia memoria per un episodio particolare, altri per una frase, uno sguardo o una storia che mi hanno raccontato.
Non posso ricordarli tutti come vorrei, ma so che ognuno ha lasciato qualcosa dentro di me.
A loro va oggi il mio pensiero più affettuoso.
Perché, mentre noi ci prendevamo cura di loro, anche loro, con le loro esperienze e la loro umanità, ci hanno insegnato qualcosa sulla vita.
QUARANT’ANNI NON SI COSTRUISCONO DA SOLI: GRAZIE AI MIEI OPERATORI
C’è una parte di questa storia che sento il dovere di raccontare con particolare riconoscenza: quella delle persone che hanno lavorato al mio fianco.
Le tante donne e i tanti uomini che, nel corso di quarant’anni, hanno prestato servizio nelle nostre strutture, dedicando tempo, energie e professionalità all’assistenza degli anziani.
Alcuni sono arrivati giovanissimi, al loro primo impiego. Li ho visti crescere, imparare un mestiere, acquisire esperienza, costruire una famiglia, diventare genitori e affrontare le diverse stagioni della vita.
Con molti di loro abbiamo condiviso dieci, venti, trent’anni e anche più.
Provate a immaginare quanta vita può esserci dentro un rapporto di lavoro così lungo.
Ci sono stati giorni difficili, problemi da risolvere, decisioni complesse, momenti di confronto e qualche discussione. Ma ci sono state anche soddisfazioni, traguardi raggiunti insieme, sorrisi, amicizie e tante esperienze che oggi fanno parte dei nostri ricordi.
Con molti di voi non ho condiviso soltanto un’attività professionale. Ho condiviso una parte importante della mia vita.
E voi avete condiviso una parte della vostra con me.
Siamo cresciuti insieme, abbiamo attraversato momenti diversi e abbiamo visto cambiare le nostre strutture, le nostre responsabilità e le nostre vite.
So bene quanto sia impegnativo il vostro lavoro.
So cosa significa assistere una persona anziana non autosufficiente, affrontare turni faticosi, lavorare di notte, la domenica, a Natale o a Pasqua, quando il desiderio sarebbe quello di stare a casa con i propri cari.
So che servono pazienza, competenza, sensibilità e una forza che non sempre si vede dall’esterno.
E so anche che, tante volte, avete saputo andare oltre il semplice dovere professionale, offrendo un sorriso, una carezza, una parola di conforto e una presenza preziosa nei momenti di maggiore fragilità.
Sono gesti che possono sembrare piccoli, ma che raccontano la parte più bella di questo lavoro.
Non tutto, in quarant’anni, sarà stato perfetto. Anch’io avrò commesso errori, preso decisioni difficili e, qualche volta, non sarò riuscito a esprimere abbastanza la mia gratitudine.
Ma oggi desidero che arrivi a ciascuno di voi un messaggio chiaro e sincero.
Quello che abbiamo costruito non sarebbe stato possibile senza il vostro lavoro.
Dietro ogni struttura ci sono state le vostre mani. Dietro ogni anziano assistito ci sono stati il vostro impegno e la vostra professionalità. Dietro ogni traguardo c’è stato anche il vostro contributo.
A chi lavora ancora con noi, a chi è andato in pensione e a chi ha intrapreso altre strade, voglio dire grazie.
Grazie per il tempo trascorso insieme, per i sacrifici affrontati, per le responsabilità condivise e per tutto ciò che avete dato a questa storia.
Non siete stati semplicemente collaboratori. Siete stati parte di un cammino che ha attraversato quarant’anni di vita.
E questo, per me, ha un valore enorme.
A CHI NON C’È PIÙ, MA CONTINUA A VIVERE NEI NOSTRI RICORDI
Ci sono persone che il tempo porta lontano, ma che non riesce a cancellare dal cuore.
In questa giornata penso con particolare commozione anche agli operatori e ai collaboratori che hanno lavorato con noi e che purtroppo sono venuti a mancare.
Con loro ho condiviso giornate di lavoro, preoccupazioni, responsabilità, momenti difficili e soddisfazioni.
Di alcuni ricordo ancora la voce, di altri il sorriso, di altri ancora un episodio che riaffiora all’improvviso e mi riporta indietro nel tempo.
Avrei voluto poterli ringraziare ancora una volta, stringere loro la mano e dire quanto sia stato importante averli incontrati lungo questa strada.
La vita, purtroppo, non ci permette sempre di salutare le persone come vorremmo. Ma ci lascia la possibilità di custodire i ricordi, riconoscere il valore di ciò che abbiamo condiviso e mantenere viva la loro memoria.
Anche loro hanno contribuito a costruire questa storia.
Anche il loro lavoro, la loro dedizione e la loro presenza fanno parte di questi quarant’anni.
Oggi il mio pensiero va a loro e alle loro famiglie, con affetto, rispetto e profonda gratitudine.
Le persone che abbiamo amato e stimato non scompaiono del tutto: una parte di loro rimane in ciò che ci hanno insegnato e in quello che abbiamo costruito insieme.
PAPÀ PEPPINO, OGGI VORREI POTERTI RACCONTARE TUTTO
Mio padre ci ha lasciati nel 2000.
Sono passati ventisei anni, ma ci sono momenti in cui la sua assenza diventa più forte. E oggi è uno di quei momenti.
Quanto vorrei averlo qui!
Vorrei sedermi accanto a lui e raccontargli tutto quello che è successo da quel 15 ottobre 1986. Vorrei parlargli delle strutture nate negli anni, degli anziani che abbiamo assistito, delle famiglie che ci hanno dato fiducia e delle persone che hanno trovato un’opportunità di lavoro lungo questo cammino.
Vorrei guardarlo negli occhi e dirgli: «Papà, ti ricordi quel ragazzo di 21 anni che hai incoraggiato a cominciare? Ebbene, oggi sono passati quarant’anni. Quel ragazzo ha continuato a lavorare, a lottare e a credere nel suo sogno».
Vorrei dirgli che non ho dimenticato nulla di ciò che mi ha insegnato.
Caro papà Peppino, tu che hai lavorato umilmente come spazzino, che hai affrontato sacrifici enormi per crescere tredici figli, mi hai lasciato un’eredità che nessun denaro avrebbe potuto comprare.
Mi hai lasciato i valori.
L’onestà, la dignità, la generosità, il rispetto per il lavoro e la capacità di non arrendersi quando la strada diventa difficile.
Forse non te l’ho detto abbastanza, ma la fiducia che hai riposto in me ha rappresentato una spinta fondamentale nella mia vita.
Quando tutto doveva ancora cominciare, tu hai creduto che potessi farcela.
E oggi, a quarant’anni di distanza, desidero dirti che una parte importante di questo traguardo appartiene anche a te.
Grazie, papà, per aver creduto in me quando avevo soltanto 21 anni e un sogno da realizzare.
E alla mia mamma, che ho perso troppo presto, va un pensiero altrettanto pieno d’amore.
Mi sarebbe piaciuto avervi entrambi accanto, condividere con voi le mie gioie, raccontarvi le mie preoccupazioni e ricevere ancora un vostro abbraccio.
Oggi questo anniversario è anche vostro.
Perché, prima di essere un imprenditore, sono stato un figlio. E i valori, gli affetti e le esperienze della mia famiglia sono le radici sulle quali ho cercato di costruire la mia vita.
QUARANT’ANNI DOPO, LA RICCHEZZA PIÙ GRANDE NON È QUELLA CHE SI VEDE
Che cosa resta, dopo quarant’anni?
Resta la soddisfazione di aver trasformato un sogno in un percorso concreto, partendo da una situazione familiare difficile.
Resta l’orgoglio di aver contribuito a offrire assistenza a tante persone fragili e opportunità di lavoro a tanti uomini e donne.
Restano le difficoltà affrontate, le responsabilità, le scelte complicate, gli errori dai quali ho imparato e le soddisfazioni che mi hanno dato la forza di continuare.
Ma, soprattutto, restano le persone.
Gli anziani e le loro storie. Le famiglie e la loro fiducia. Gli operatori e i collaboratori. Le persone che non ci sono più, ma che continuano ad accompagnarmi attraverso i ricordi.
È questo che oggi considero il patrimonio più importante.
Perché un’attività può crescere, le strutture possono cambiare e gli anni possono passare. Ma le relazioni umane, quando sono autentiche, lasciano qualcosa che va oltre il tempo.
Se tornassi a quel 15 ottobre 1986, a quel ragazzo di 21 anni che apriva Villa Serena ad Altamura, sceglierei ancora di provarci.
Non perché sia stato tutto facile, ma perché questo percorso mi ha dato l’opportunità di lavorare, costruire, conoscere persone straordinarie e comprendere quanto possa essere importante il proprio contributo nella vita degli altri.
Questa non è stata soltanto la mia professione.
È stata una parte fondamentale della mia esistenza.
OGGI HO 61 ANNI E POSSO DIRE: CE L’HO FATTA. MA NON DA SOLO.
Quando avevo 21 anni, avevo tanti sogni e poche certezze.
Oggi, a 61 anni, ho qualcosa che allora non avrei potuto immaginare fino in fondo: quarant’anni di esperienze, una vita piena di ricordi e la consapevolezza di quanto siano state importanti le persone incontrate lungo la strada.
Sì, quel ragazzo ce l’ha fatta.
Ma non ce l’ha fatta da solo.
Ce l’ha fatta grazie agli insegnamenti della sua famiglia, all’incoraggiamento di suo padre Peppino, alla forza trovata anche nei momenti più difficili, alla fiducia di tante persone e al lavoro di tutti coloro che hanno condiviso questa avventura.
Per questo oggi non voglio celebrare soltanto un anniversario. Voglio dire grazie.
Grazie agli anziani che ho conosciuto e che mi hanno regalato le loro storie.
Grazie alle famiglie che ci hanno affidato i propri cari.
Grazie agli operatori di ieri e di oggi, a chi ha trascorso con noi una vita lavorativa e a chi ha contribuito anche soltanto per un tratto di strada.
Grazie ai collaboratori che purtroppo non ci sono più, ma che continuano a vivere nei miei ricordi.
Grazie a mio padre Peppino, per aver creduto in me quando tutto doveva ancora cominciare.
E grazie alla mia mamma, che porto sempre nel cuore.
Se oggi potessi parlare al ragazzo che ero quarant’anni fa, gli direi di non dimenticare mai le proprie origini, di affrontare le difficoltà con coraggio, di rispettare sempre le persone e di non pensare che i risultati siano soltanto merito suo.
Gli direi che lungo il cammino incontrerà persone che gli cambieranno la vita, anziani che gli insegneranno il valore della memoria, collaboratori che diventeranno compagni di viaggio e momenti difficili che lo metteranno alla prova.
Ma gli direi anche di non smettere di credere nel proprio sogno.
Perché un sogno, quando è sostenuto dal lavoro, dalla determinazione e dalla fiducia delle persone, può diventare una storia che merita di essere raccontata.
15 OTTOBRE 1986 – 15 OTTOBRE 2026
40 anni fa avevo 21 anni e un sogno.
Oggi ho 61 anni, una vita da raccontare e un cuore pieno di gratitudine.
Quarant’anni di lavoro. Quarant’anni di sacrifici. Quarant’anni di persone. Quarant’anni di vita.
A mio padre Peppino, alla mia mamma, agli anziani che ho incontrato, agli operatori che hanno camminato al mio fianco e a quelli che oggi posso soltanto ricordare, dedico questo traguardo.
Se c’è una cosa che questi quarant’anni mi hanno insegnato, è che non conta soltanto dove riesci ad arrivare. Conta ricordare da dove sei partito, riconoscere chi ti ha aiutato e non dimenticare mai chi ha condiviso il cammino con te.
PERCHÉ QUESTA STORIA NON L’HO SCRITTA DA SOLO. L’ABBIAMO SCRITTA INSIEME. ❤️
Grazie a tutti, dal profondo del cuore.