11 Settembre, 25 anni dopo l’America si ferma: memoria, dolore e nuove paure

Gli Stati Uniti si fermano per ricordare una delle pagine più drammatiche della loro storia.
A venticinque anni dagli attentati dell’11 settembre 2001, il Paese rende omaggio alle quasi tremila persone che persero la vita negli attacchi contro le Torri Gemelle, il Pentagono e il volo United Airlines 93.
Il presidente Donald Trump ha partecipato alla commemorazione organizzata al Pentagono, sottolineando la necessità di mantenere vivo il ricordo di quella giornata e ribadendo l’impegno nella lotta contro il terrorismo. «Non dimenticheremo mai», ha affermato, assicurando che gli Stati Uniti continueranno a difendere la propria sicurezza e le proprie libertà.
A New York, nel luogo in cui sorgevano le Torri Gemelle, la cerimonia ha assunto un carattere particolarmente solenne.
A rappresentare l’amministrazione è stato il vicepresidente JD Vance, affiancato da diverse personalità della politica americana. Alla commemorazione hanno preso parte anche gli ex presidenti ancora in vita Joe Biden, Barack Obama, George W. Bush e Bill Clinton, oltre al sindaco di New York Zohran Mamdani.
Ma accanto al ricordo delle vittime è tornata con forza anche la richiesta di fare piena luce sulle responsabilità che, secondo alcune famiglie dei caduti, avrebbero preceduto e accompagnato gli attentati.
Durante la tradizionale lettura dei nomi delle vittime, Terry Strada, presidente nazionale dell’associazione 9/11 Families United, ha rilanciato le accuse nei confronti dell’Arabia Saudita. Secondo Strada, il Paese avrebbe avuto un ruolo nella diffusione del terrorismo antiamericano e alcuni suoi agenti avrebbero sostenuto i dirottatori responsabili degli attentati.
Un’accusa che le famiglie delle vittime portano avanti da anni e che torna al centro del dibattito proprio mentre Washington mantiene rapporti strategici con Riad. Strada ha quindi chiesto alla Casa Bianca di assumere una posizione più netta nei confronti delle autorità saudite, invitando Trump a chiedere risposte e trasparenza.
Il messaggio rivolto al vicepresidente Vance è stato altrettanto diretto: stare dalla parte dei familiari delle vittime, dei sopravvissuti e di tutti gli americani che ancora attendono risposte. Un appello accolto dagli applausi dei presenti.
Le celebrazioni per il venticinquesimo anniversario si svolgono inoltre in un contesto internazionale profondamente diverso da quello degli anni successivi agli attentati. Il Medio Oriente continua a essere attraversato da conflitti e tensioni e il confronto tra Washington e Teheran rappresenta una delle principali questioni di sicurezza per gli Stati Uniti.
Trump ha inserito la lotta al terrorismo all’interno di questo nuovo scenario geopolitico, indicando l’Iran come una delle principali minacce alla sicurezza internazionale. Il presidente ha ricordato il ruolo delle forze armate impegnate nella difesa del Paese e ha ribadito che agli Stati Uniti spetta il compito di impedire che Teheran possa dotarsi di un’arma nucleare.
Sulla stessa linea il segretario alla Difesa Pete Hegseth, che ha utilizzato toni particolarmente duri nei confronti della Repubblica islamica, descrivendo il confronto con Teheran come una battaglia contro un regime ostile agli Stati Uniti da decenni.
Il clima politico delle celebrazioni è stato però accompagnato anche da riflessioni più intime sul fallimento dell’intelligence americana alla vigilia degli attentati. Condoleezza Rice, che all’epoca dell’11 Settembre ricopriva l’incarico di consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di George W. Bush, ha ricordato le responsabilità di chi occupava posizioni di vertice.
Rice ha riconosciuto che le autorità americane non riuscirono a comprendere tempestivamente la portata della minaccia e a intervenire prima che fosse troppo tardi. Un errore che, ha sottolineato, continua a rappresentare una fonte di profondo dolore e rimorso nei confronti delle famiglie che persero i propri cari.
Dalla tragedia nacque tuttavia anche una forte reazione internazionale. Gli Stati Uniti, ha ricordato Rice, scoprirono di poter contare sul sostegno degli alleati. Per la prima volta nella storia della Nato venne invocato l’Articolo 5 del Trattato Atlantico, secondo il quale un attacco contro un membro dell’Alleanza viene considerato un attacco contro tutti.
A venticinque anni di distanza, dunque, l’11 Settembre continua a rappresentare molto più di una ricorrenza. È una ferita ancora aperta nella memoria collettiva americana, ma anche un punto di riferimento nel dibattito sulla sicurezza nazionale e sulla politica estera degli Stati Uniti.
George W. Bush, in una recente intervista, ha messo in guardia dal rischio che il Paese possa dimenticare gli insegnamenti di quella giornata. Secondo l’ex presidente, gli Stati Uniti attraversano ciclicamente fasi di crescente isolazionismo, durante le quali i problemi interni finiscono per oscurare ciò che accade nel resto del mondo.
Per Bush, invece, proprio l’esperienza dell’11 Settembre dimostra quanto gli avvenimenti internazionali possano avere conseguenze dirette sulla sicurezza americana. Una lezione che, secondo l’ex presidente, Washington non dovrebbe permettersi di dimenticare.
Dopo un quarto di secolo, il ricordo delle vittime resta quindi il centro delle commemorazioni. Ma intorno alla memoria continuano a ruotare interrogativi, responsabilità e nuove minacce.
L’America del 2026 è molto diversa da quella del 2001, ma il trauma dell’11 Settembre continua a influenzarne profondamente la politica, le scelte strategiche e il rapporto con il resto del mondo.