Povero paese mio. Senise, dove sei finita?

C’è un momento in cui bisogna fermarsi, guardarsi intorno e avere il coraggio di dire ciò che molti pensano, ma pochi hanno il coraggio di esprimere.
Povero paese mio. Senise, che cosa ti è successo?
Non è soltanto nostalgia per un passato che non tornerà. È la preoccupazione di chi ha conosciuto una Senise diversa, una comunità viva, combattiva, capace di guardare avanti e, soprattutto, capace di credere nel proprio futuro.
Negli anni ’60, ’70 e ’80 Senise rappresentava un punto di riferimento per un territorio molto più ampio. Era un paese che trainava l’economia della zona, dove nascevano iniziative commerciali, attività produttive, idee e investimenti. C’era voglia di fare, di rischiare, di costruire.
E quando qualcosa mancava, si lottava per ottenerla.
Basti pensare alle grandi battaglie sociali e politiche che portarono alla realizzazione della diga di Montecotugno, una conquista che racconta bene cosa significasse, allora, sentirsi parte di una comunità. Si poteva discutere, ci si poteva dividere sulle idee e sulle appartenenze politiche, ma davanti agli interessi generali del territorio si riusciva ancora a fare fronte comune.
Oggi, invece, sembra di trovarsi davanti a un paese che fatica a riconoscersi.
Non è soltanto la crisi economica, non è soltanto lo spopolamento, non sono soltanto le difficoltà che attraversano tutti i piccoli centri del Sud. C’è qualcosa di più profondo: un clima sociale nel quale, troppo spesso, l’invidia sembra avere preso il posto della collaborazione.
Se qualcuno prova a fare qualcosa, anziché chiedersi come quella iniziativa possa contribuire alla crescita del paese, c’è chi pensa immediatamente a come ostacolarla.
Se qualcuno investe, crea un’attività, apre un negozio o propone un progetto, invece di sostenerlo perché rappresenta ricchezza e occupazione per tutta la comunità, si finisce talvolta per guardarlo con sospetto.
E arriva persino il paradosso: si preferisce andare altrove pur di non comprare dal proprio compaesano.
Ma così non si danneggia soltanto quel commerciante, quell’imprenditore o quella singola attività. Si danneggia l’intero paese.
Perché un negozio che chiude non è semplicemente una saracinesca abbassata. È un pezzo di comunità che scompare. È un servizio in meno, un’opportunità di lavoro perduta, un altro passo verso un paese più vuoto.
E poi c’è un’altra piaga: la difficoltà ad accettare le idee degli altri.
Invece di fare squadra, spesso si preferisce copiare, contrapporsi, sminuire. Come se il successo di qualcuno rappresentasse automaticamente il fallimento di qualcun altro.
Ma non è così.
Il successo di un cittadino di Senise dovrebbe essere il successo di Senise.
Se uno apre un’attività, crea lavoro, porta persone, propone qualcosa di nuovo, organizza un evento o investe nel territorio, non dovrebbe essere visto come un concorrente da abbattere, ma come qualcuno che sta contribuendo a tenere vivo il paese.
La crescita di una comunità non nasce dalla somma delle sconfitte dei suoi cittadini. Nasce dalla capacità di mettere insieme le vittorie di tutti.
E in questo quadro la politica ha, inevitabilmente, una responsabilità enorme.
La politica dovrebbe essere lo strumento attraverso il quale una comunità individua una direzione e costruisce un progetto collettivo. Non può diventare, invece, il luogo nel quale prevalgono personalismi, rancori, appartenenze e regolamenti di conti.
Quando anche la politica viene contaminata dall’invidia e dalla cattiveria, il paese perde due volte: perde le opportunità e perde la fiducia.
Perché un giovane che vuole investire deve poter pensare: “A Senise posso farcela.”
Un commerciante deve poter pensare: “Il mio paese mi sostiene.”
Un imprenditore deve poter pensare: “Se creo qualcosa qui, la comunità ne beneficerà.”
E un amministratore dovrebbe poter pensare: “Il mio compito è far crescere Senise, non impedire la crescita di chi non la pensa come me.”
Non serve essere tutti amici. Non serve nemmeno essere tutti d’accordo.
Serve qualcosa di molto più importante: rispettarsi e avere a cuore il destino della comunità.
Senise ha una storia importante. Ha dimostrato in passato di saper lottare, di saper conquistare risultati e di saper essere protagonista.
La domanda, oggi, è semplice e drammatica:
siamo ancora capaci di farlo?
Forse dobbiamo smettere di chiederci chi deve prevalere sull’altro e iniziare a chiederci cosa possiamo fare insieme.
Perché un paese nel quale si cerca continuamente di mettere i bastoni tra le ruote a chi prova a fare qualcosa è destinato a spegnersi lentamente.
E non possiamo permetterci che Senise diventi soltanto il ricordo di ciò che è stata.
Povero paese mio.
Non è ancora troppo tardi.
Ma per tornare a crescere bisogna ritrovare una parola che sembra essersi persa per strada:
comunità.
Perché Senise non ha bisogno di più invidia, più divisioni o più cattiveria.
Ha bisogno di tornare ad avere coraggio, orgoglio e voglia di costruire.
Come una volta.
di Rocco Polito