POLITICA

Digilio replica ai sacerdoti: «Su Vannacci e San Paolo una polemica politica. Il termine “camerata” va letto nel suo contesto»

«Per la mia storia politica credo di conoscere bene il significato del termine “camerata”. Proprio per questo trovo francamente singolare che undici sacerdoti, tra i quali i lucani don Marcello Cozzi e don Franco Corbo, scelgano di trasformare una frase pronunciata da Roberto Vannacci in un caso politico-religioso, estrapolandola dal contesto nel quale è stata pronunciata».
È quanto afferma Egidio Digilio, già senatore, intervenendo sulla lettera aperta indirizzata al generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, sottoscritta da undici sacerdoti che hanno contestato il riferimento a San Paolo come «camerata» e l’utilizzo del passo della Seconda Lettera ai Tessalonicesi «chi non vuol lavorare neppure mangi».
«Vannacci – sottolinea Digilio – non ha certamente bisogno di difese d’ufficio. Ma in questa circostanza non posso non rilevare come l’intervento dei sacerdoti finisca per confermare proprio ciò che contestano: l’utilizzo della religione nel confronto politico. Tirare in ballo le Sacre Scritture e richiamare numerosi passi del Vangelo per contestare una posizione politica significa, di fatto, entrare nel terreno della polemica politica che gli stessi firmatari della lettera dichiarano di voler evitare».
Per Digilio, «la questione non è certamente San Paolo, la cui figura appartiene alla storia e alla fede cristiana, né tantomeno il valore universale del suo messaggio. La questione è un’altra: la lettura politica che viene data alle parole di Vannacci. Interpretare una singola espressione come se fosse una dichiarazione ideologica, ignorando il contesto e il senso nel quale è stata utilizzata, appare come l’ennesimo tentativo dei cosiddetti “preti del dissenso” di intervenire nel dibattito politico da una parte ben precisa».
«Per la mia storia – prosegue – conosco bene il termine “camerata”, la sua origine e le sue diverse declinazioni nel linguaggio politico italiano. Ma proprio per questo so anche che una parola non può essere trasformata automaticamente in una patente ideologica, senza considerare la frase nella quale è inserita e il ragionamento complessivo che si intendeva sviluppare».
Digilio contesta inoltre il richiamo contenuto nella lettera alla presunta incompatibilità tra San Paolo e qualsiasi idea di appartenenza politica. «I sacerdoti scrivono che San Paolo non è una figura politica. Bene. Ma allora questo principio deve valere anche per loro. Se San Paolo non è una figura politica, non si può utilizzare la sua figura, il Vangelo e le Sacre Scritture per costruire una critica politica nei confronti di un esponente politico. Altrimenti si applicano due pesi e due misure».
«Il punto – aggiunge – è che negli anni non sono mancati sacerdoti che hanno assunto posizioni pubbliche, politiche e sociali molto nette, arrivando anche a trascinare una parte dei fedeli dentro battaglie politiche riconoscibili. È legittimo che ciascuno abbia le proprie idee, ma non è altrettanto corretto presentare quelle posizioni come se fossero automaticamente la voce della fede e, contemporaneamente, accusare gli altri di strumentalizzare le Scritture».
Secondo l’ex senatore, «la lettera contiene una lunga serie di citazioni bibliche che vengono utilizzate per confutare una posizione politica. È esattamente ciò che viene rimproverato a Vannacci. Se la Scrittura non deve essere ridotta a manifesto politico, come affermano i sacerdoti nella conclusione della loro lettera, allora non deve esserlo per nessuno: né per chi sta a destra, né per chi sta a sinistra».
«Non credo – conclude Digilio – che San Paolo abbia bisogno di essere difeso dai sacerdoti o che Vannacci abbia bisogno di essere difeso da me. Credo, piuttosto, che la fede debba restare patrimonio di tutti e che la politica debba essere giudicata per le proprie idee e per le proprie proposte. Altrimenti il rischio è che un richiamo religioso, nato per contestare una presunta strumentalizzazione della fede, finisca per diventare esso stesso uno strumento di battaglia politica. E questo, alla fine, rischia di ritorcersi come un boomerang proprio contro chi ha scelto di sollevarlo».
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