SILS: «Serve un DASPO per i violenti nei locali». La proposta del sindacato dopo Gallipoli
Nessuno sconto sui fatti. Nessuna scorciatoia sulle regole. Sulla sospensione dell’attività di una discoteca di Gallipoli. La tutela dei minori non è negoziabile. Ma un’emergenza sociale del 2026 non si affronta con una norma vecchia di un secolo e con le buste paga dei lavoratori

Roma — Cominciamo dalla parte che non ammette sfumature. Perché una parte che non ammette
sfumature c’è, ed è la prima.
I fatti descritti nel provvedimento sono gravissimi. Se una ragazza minorenne, dopo una violenza, chiede
aiuto e non riceve l’unica risposta dovuta — la chiamata immediata alle forze dell’ordine — chi ha tenuto
quel comportamento deve risponderne. Senza attenuanti, senza appartenenze.
Se a un minore sono stati somministrati alcolici, chi lo ha fatto deve risponderne senza sconti di categoria. Il SILS non chiede clemenza per nessuno e non offre coperture a nessuno. Chi ha responsabilità oggettive va sanzionato: senza se e senza ma.
Lo diciamo per primi, prima di ogni altra considerazione. Ed è esattamente per questo che possiamo
permetterci di dire il resto.
Non entreremo nel merito dei fatti. Accertarli spetta agli inquirenti e alla magistratura, non ai tribunali del
web — che in pochi giorni hanno già prodotto sentenza e motivazione, con una rapidità che solo l’assenza
totale di atti processuali riesce a garantire.
Vale per chi assolve per simpatia e per chi condanna per pregiudizio: le vittime non hanno bisogno di essere trasformate in argomento polemico. Da nessuna delle due parti.
Noi rappresentiamo lavoratori. E poniamo due domande che, curiosamente, non ha posto nessuno.
Abbiamo tenuto la responsabilità. I poteri li abbiamo persi per strada
L’articolo 100 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza è contenuto nel Regio Decreto n. 773.
Anno 1931. Per gli amanti della perifrasi: “quando c’era lui”.
Novantacinque anni. Un’età che nel nostro ordinamento non è nemmeno un record, il che dovrebbe
preoccuparci di suo. Attenzione però: non contestiamo che esista un potere di prevenzione, contestiamo il
modo in cui lo abbiamo ereditato.
Perché nel 1931 il ragionamento, per quanto discutibile, era almeno coerente: all’oste si attribuiva la
responsabilità di ciò che accadeva nel suo esercizio, ma gli si riconosceva anche il potere concreto di
intervenire: allontanare, negare l’ingresso, impedire. Responsabilità e strumenti stavano in proporzione.
Poi è passato quasi un secolo, e di quell’impianto abbiamo conservato con scrupolo la parte sulla
responsabilità del gestore. La parte sui suoi poteri, invece, l’abbiamo smarrita lungo il tragitto. Un’amnesia
piuttosto selettiva.
Oggi l’imprenditore dell’intrattenimento non può trattenere, non può perquisire, non può schedare, non
può escludere in modo stabile chi si è già reso responsabile di violenze, perché non esiste alcuno strumento
di legge che glielo consenta. Gli si chiede di garantire un risultato negandogli i mezzi per ottenerlo.
Non conosciamo un’altra categoria produttiva o merceologica del Paese che operi a queste condizioni.
E qui c’è un punto giuridico che merita attenzione. Il Consiglio di Stato ha chiarito che l’articolo 100 non è
una sanzione: è una misura di prevenzione.
Prescinde dalla colpa del gestore e proprio per questo esige istruttoria adeguata, motivazione rigorosa e proporzionalità.
È uno strumento legittimo, e potentissimo proprio perché non deve punire nessuno. Resta da spiegare
allora come mai, nella pratica, finisca puntualmente per punire qualcuno e quasi sempre l’anello più indifeso
della catena.
A completare il quadro c’è il contributo dello Stato, con forze dell’ordine sottodimensionate, sottopagate e
lasciate sole a presidiare il fronte più affollato dell’estate italiana — alle quali va il nostro rispetto, che non è
di circostanza.
E un ordinamento secondo cui un quindicenne è abbastanza uomo da partecipare a un pestaggio di gruppo, ma non abbastanza adulto da subirne conseguenze reali: una contraddizione che il legislatore osserva da anni senza particolare urgenza.
Non è un vuoto dei locali. È un vuoto dello Stato. Che però, ogni agosto, trova qualcun altro a cui intestarlo.
Un ultimo elemento, e qui l’ironia non c’entra nulla perché il tema non la merita: esiste una diffusa abitudine
a considerare il locale notturno un servizio di custodia, dove si delega per osmosi una potestà genitoriale
che non è delegabile né per legge né per buon senso.
Non è un alibi, sia chiaro: non sposta di un millimetro le responsabilità di chi ha sbagliato e non riguarda in alcun modo chi ha subito. È un dato di realtà. Ignorarlo significa continuare a cercare la soluzione dove non è mai stata.
Agosto non è un mese qualsiasi. E i lavoratori non sono un danno collaterale
Il secondo punto è più semplice, e più duro. Sospendere un’attività turistica nel cuore di agosto non colpisce un simbolo, né un marchio, né un imprenditore.
Colpisce centinaia di lavoratori diretti e dell’indotto: tecnici, artisti, personale di sala, sicurezza, pulizie, autisti, ristorazione, strutture ricettive. E le loro famiglie.
Persone che non hanno avuto alcuna voce in capitolo su ciò che è accaduto. Nessun potere di impedirlo.
Nessun ammortizzatore che le protegga.
E, in questi giorni, nessuno che abbia speso una riga per loro. Se la misura non è una sanzione — e non lo è, ce lo dicono i giudici amministrativi — allora non può produrre con tanta precisione gli effetti di una sanzione su soggetti che non ne sono nemmeno destinatari.
Questo è un problema di diritto, prima ancora che di sindacato. Uno Stato che non riesce ad arginare un fenomeno sociale non può girarne il conto, in un colpo solo e senza rete, a chi quel fenomeno lo subisce da anni.
Ai moralisti: l’esperimento è già stato fatto
Ogni estate il dibattito pubblico ritrova il suo colpevole preferito. La discoteca dipinta come girone
dantesco: comoda, riconoscibile, indifendibile.
Il capro espiatorio perfetto per un fallimento educativo, culturale e scolastico che riguarda un Paese intero. Si chiude quella, e il problema è risolto. Almeno fino al fine settimana successivo.
Peccato che la tesi sia già stata verificata sul campo, su scala nazionale. Per quasi due anni le sale da ballo italiane sono rimaste chiuse per legge. Il luogo di perdizione era stato rimosso.
Il risultato non fu la scomparsa del problema, ma solo la sua drammatica ed evidente traslazione: le
cronache di quei mesi si riempirono di maxi-risse nelle piazze, di ritrovi nei parcheggi, di alcol comprato al
discount e bevuto sui muretti.
Senza steward, senza metal detector, senza telecamere, senza uscite di sicurezza, senza un defibrillatore, senza nessuno che chiamasse il 118.
E soprattutto senza nessuno a cui poter intestare comodamente l’intero fenomeno il lunedì mattina.
Fu allora che il Paese si accorse, per un breve momento, di ciò che i nostri locali sono sempre stati: luoghi
presidiati, illuminati, tracciati e regolati, dove migliaia di ragazzi vengono controllati da personale formato
invece che lasciati a se stessi in un piazzale al buio. Poi le discoteche hanno riaperto, e quella
consapevolezza si è richiusa con loro.
Il divertimento notturno non si elimina: si governa. O accade dentro, dove c’è qualcuno che risponde,
oppure accade fuori, dove non risponde nessuno.
Noi lo sappiamo fare. E lo faremmo meglio se venissimo sostenuti, anziché convocati soltanto in veste di
imputati.
Le nostre richieste
Il SILS non chiede meno regole. Ne chiede di migliori. E si assume l’onere di scriverle:
1 Riforma dell’articolo 100 TULPS. Contraddittorio obbligatorio prima della sospensione. Graduazione
della misura. Distinzione netta e motivata tra l’esercente connivente o negligente e quello che ha
collaborato. Priorità a prescrizioni e piani di adeguamento vigilato rispetto alla chiusura secca. Se la
misura è preventiva, si comporti da misura preventiva.
2 Un “DASPO del divertimento”. Lo Stato può interdire uno stadio a un violento: può interdirgli un
locale. Chiediamo un sistema pubblico, conforme al GDPR e sotto controllo dell’autorità di pubblica
sicurezza, che consenta di negare legittimamente l’accesso a chi si è già reso responsabile di violenze.Finché quel potere non esiste, ogni responsabilità attribuita al gestore resta una finzione giuridica.
3 Verifica digitale certificata dell’età all’ingresso, con standard nazionale unico e responsabilità chiara in
capo a chi esibisce documenti falsi. Perché a oggi il documento contraffatto è un problema di chi
controlla, non di chi lo produce.
4 Ammortizzatore sociale immediato per i lavoratori colpiti da provvedimenti non riconducibili alla loro
condotta. Ha un costo. Inferiore a quello di una generazione di professionisti dello spettacolo che
abbandona il mestiere.
5 Presidi di sicurezza pubblica adeguati nelle località a massima pressione turistica, finanziati e
programmati per tempo. Il settore è disponibile a concorrere al costo: chiediamo di essere parte della
soluzione, non il bancomat dell’emergenza.
6 Tavolo permanente al Ministero dell’Interno con sindacati, imprese, Prefetture e associazioni delle
vittime, per un protocollo nazionale vincolante sulla sicurezza nei luoghi dell’intrattenimento.
Vincolante: non l’ennesimo documento da citare l’estate successiva.
«Non stiamo difendendo un locale. Stiamo difendendo un principio elementare: che la responsabilità sia sempre accompagnata dagli strumenti per esercitarla, e che nessuno paghi per colpe che non ha. Chi ha sbagliato risponda, fino in fondo: su questo non ci troverete mai dall’altra parte.
Ma un Paese che affronta un’emergenza sociale del 2026 con una norma di “quando c’era lui” e con le buste paga dei lavoratori non sta facendo sicurezza.
Sta cercando un colpevole comodo. E lo sta cercando, come ogni agosto, esattamente dove non è.»
FILIPPO REGIS — Presidente SILS