POLITICA

Nucleare, Gravela (PLD): «Il vero problema è il NIMPY: infrastrutture sì, ma solo nel territorio degli altri»

«Le dichiarazioni del presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, sul Deposito Nazionale delle scorie radioattive mettono in luce la principale contraddizione della politica energetica italiana. Da una parte il centrodestra sostiene il ritorno del nucleare in Parlamento; dall’altra, quando si tratta di realizzare un’infrastruttura strategica sul proprio territorio, prevale il “non nel mio cortile”. Specularmente, il campo largo sostiene la transizione energetica a Roma e poi ostacola gli impianti da fonti rinnovabili nelle Regioni che amministra. Cambiano le tecnologie, ma il riflesso politico resta identico». Lo dichiara Giuseppe Gravela, responsabile nazionale Energia e Ambiente del Partito Liberaldemocratico.

«A Bardi va riconosciuto un merito: aver distinto correttamente due questioni che nel dibattito pubblico vengono spesso confuse. Una centrale nucleare produce energia; il Deposito Nazionale serve invece a mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi a bassa e media attività che l’Italia produce già oggi attraverso la medicina nucleare, la ricerca scientifica e l’industria. Quei rifiuti non arriveranno con il Deposito: esistono già e sono oggi distribuiti in decine di depositi temporanei sul territorio nazionale, compreso il centro ITREC di Rotondella. È altrettanto legittimo ricordare che la Basilicata, pur rappresentando appena l’1% della popolazione italiana, ospita da decenni un rilevante carico energetico e ambientale. È una considerazione che merita rispetto. Ma proprio questa esperienza dimostra che il tema non può limitarsi alle compensazioni economiche. In troppi casi le royalties sono state assorbite dalla spesa corrente o da interventi privi di una strategia di sviluppo, mentre continuano a mancare infrastrutture, collegamenti, servizi e investimenti capaci di lasciare benefici permanenti ai territori, dalla costa ionica alla Val d’Agri. Il problema non è ottenere più risorse, ma trasformarle in sviluppo. Qui emerge la vera contraddizione. Se ogni territorio può sostenere di aver già dato abbastanza e rivendicare un diritto di veto sulle opere di interesse nazionale, allora nessuna infrastruttura strategica potrà mai essere realizzata. Vale per il Deposito Nazionale come per gli impianti eolici, il fotovoltaico, gli elettrodotti, i rigassificatori e tutte le infrastrutture necessarie alla sicurezza energetica del Paese».

Secondo Gravela, questa logica attraversa gran parte del sistema politico. «La destra sostiene il ritorno del nucleare a livello nazionale, ma respinge il Deposito in Basilicata. La sinistra sostiene gli obiettivi europei di decarbonizzazione, ma nelle Regioni che governa tenta spesso di bloccare le fonti rinnovabili. È accaduto in Sardegna, dove la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime le moratorie e i divieti generalizzati introdotti dalla Regione; era già successo in Campania con la moratoria all’eolico, anch’essa bocciata dalla Consulta; e oggi il copione si ripete in Umbria, dove le nuove norme regionali sono finite davanti alla Corte costituzionale e al Governo. Questa logica non appartiene però a un solo schieramento. Coinvolge anche forze che si richiamano a una cultura liberale e riformista che siedono nel nostro consiglio regionale, che, come altre, sostengono convintamente il ritorno del nucleare a livello nazionale, ma in Consiglio regionale della Basilicata esprimono una netta contrarietà al Deposito Nazionale. Il risultato politico non cambia: ciò che viene considerato strategico per il Paese diventa improvvisamente inaccettabile quando riguarda il territorio amministrato. Per descrivere questa dinamica propongo un termine nuovo: NIMPY – Not In My Party’s Yard. Non più semplicemente “non nel mio cortile”, ma “non nel territorio amministrato dal mio partito”. È il NIMBY della politica: le infrastrutture sono considerate strategiche finché riguardano gli altri e diventano improvvisamente un problema quando interessano il proprio consenso elettorale».

Da qui Gravela evidenzia come la posizione del Partito Liberaldemocratico si fondi su tre principi. «Il primo è la neutralità tecnologica: nucleare e fonti rinnovabili non sono alternative, ma complementari. Il secondo è il rispetto di regole nazionali certe, fondate su criteri tecnico-scientifici oggettivi, tempi autorizzativi chiari e senza moratorie regionali che la Corte costituzionale continua puntualmente a censurare. Il terzo riguarda le compensazioni: chi ospita un’infrastruttura strategica nazionale deve ricevere benefici concreti, misurabili e duraturi. La transizione energetica richiede coerenza. Se ogni forza politica sostiene le infrastrutture soltanto quando vengono realizzate altrove, continueremo a parlare di sovranità energetica senza costruire le opere indispensabili per renderla possibile».

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