Per le vittime di Amendolara pretendiamo giustizia. Per noi pretendiamo verità.

E poi il fuoco.
Ci fermiamo qui. Perché quello che è successo in quella mattina di giugno non è una notizia. Non è uno spunto per un editoriale. Non è materiale per una polemica politica. Sono persone. Con un nome, una storia, una famiglia. Persone che quella mattina si erano alzate all’alba, erano andate nei campi, avevano lavorato con le mani nella terra. Avevano finito il loro turno.
Stavano tornando a casa.
E sono morte bruciate vive in una piccola area di servizio. A mezzogiorno e mezza. Perché qualcuno ha deciso che la loro vita valeva meno del proprio silenzio.
Vorremmo che questa storia finisse qui. Vorremmo che il silenzio fosse sufficiente. Che bastasse il dolore. Che non ci fosse altro da dire se non che quelle persone meritavano una vita diversa. Una vita dignitosa. Una vita protetta. E che invece qualcuno gliel’ha tolta nel modo più brutale che esista.
Questo ci spezza. Come esseri umani prima che come agricoltori. E quella indignazione non passa. Non passerà.
Chi ha fatto questo è un assassino. Punto. Deve pagare fino all’ultimo giorno della sua vita. Lo pretendiamo noi per primi.
E proprio perché lo pretendiamo noi per primi — proprio perché quel dolore lo sentiamo davvero — quello che sta succedendo in queste ore ci indigna due volte.
Le fiamme non si sono ancora spente. I corpi non sono ancora freddi. E già qualcuno aveva la sentenza pronta. Già sapeva tutto. Già aveva il colpevole. L’agricoltura lucana. La fragolicoltura. Noi.
Senza dati. Senza prove. Senza nemmeno aspettare un fatto accertato.
Questo si chiama sciacallaggio. E lo diciamo con questa parola perché non ne esistono di più appropriate.
Usare i morti di Amendolara per colpire un intero settore produttivo è sbagliato. È vigliacco. E non lo accettiamo.
Dietro ogni azienda agricola di questa terra ci sono famiglie. Sacrifici. Mattine che iniziano quando il resto del mondo dorme ancora. Persone che rischiano, investono, creano lavoro e tengono viva questa regione. Quella non è sfruttamento. Quella è vita. È la vita della Basilicata.
Quindi lo diciamo chiaramente. Se l’agricoltura lucana sfrutta, se le nostre aziende fanno morti, se siamo davvero il problema di questo Paese — ditecelo. Guardateci negli occhi. Con i dati. Con le prove. Siamo pronti a chiudere. Domani mattina. A consegnare le chiavi e lasciare i campi.
Ma se non potete dirlo allora quelle persone morte in quella mattina di giugno meritano una cosa sola.
La verità. Non uno slogan costruito sulle loro ceneri.
Quella mattina di giugno non la dimenticheremo. Mai.
Coordinamento Agricoltori della Basilicata