Piano Sanitario Regionale: il presente è trascurato in attesa del futuro
La sanità lucana si trova oggi in una condizione che non può più essere letta come una somma di criticità isolate. Siamo davanti a un problema strutturale, che riguarda l’offerta complessiva di prestazioni, la capacità del sistema di rispondere ai bisogni reali della popolazione e la sostenibilità di chi, ogni giorno, quelle prestazioni le eroga per conto del Servizio Sanitario Regionale.
Negli ultimi mesi si è discusso molto di programmazione, di piani, di governance. È un dibattito necessario, ma rischia di diventare sterile se non si affronta una verità semplice: non esiste programmazione credibile se il presente viene lasciato senza soluzioni sull’orlo del commissariamento. E oggi il presente della sanità lucana è fatto di liste di attesa che si allungano, di prestazioni sospese a tetti di spesa esauriti, di cittadini costretti a rinviare o a spostarsi fuori regione, di strutture che entrano in crisi non per inefficienza, ma per mancanza di margini operativi.
Il punto non è ideologico. È solo logico, di immediato buon senso e prima ancora sociale.
Negli ultimi anni la Regione ha scelto di governare una parte rilevante dell’offerta sanitaria territoriale attraverso tetti di spesa rigidi e ancorati a dati storici. Una scelta che, nei fatti, ha cristallizzato il sistema, impedendo di adattare l’offerta all’evoluzione dei bisogni sanitari, ai cambiamenti demografici, all’invecchiamento della popolazione, alla crescita delle patologie croniche. Non si è trattato di ridurre o aumentare la spesa in astratto, ma di allocare risorse in modo non coerente con la domanda reale di cure.
Le conseguenze sono ormai evidenti. Quando le risorse si sperperano e si esauriscono, le prestazioni si fermano. Non perché manchino le strutture, le competenze o le tecnologie, ma perché il sistema non consente di utilizzarle sui bisogni reali. In questo modo, le liste di attesa non sono un problema episodico da gestire, ma diventano liste strutturali di ritardo nelle cure. E un ritardo nelle cure, in sanità, non è mai neutro. Costerà di più anche economicamente.
In parallelo, si è affermata una narrazione pericolosa: quella secondo cui il problema possa essere affrontato rinviando tutto a una dimensione programmatoria di medio-lungo periodo. Piani, riforme, modelli organizzativi sono indispensabili, ma non possono sostituire le risposte immediate. Nessun piano, per quanto articolato, può funzionare se nel frattempo l’offerta reale viene compressa, impoverita o resa instabile.
Qui emerge un nodo che non può più essere eluso: il ruolo delle strutture private accreditate nel Servizio Sanitario Regionale.
La legge, da oltre trent’anni, ha chiarito che pubblico e privato accreditato concorrono, su un piano di parità funzionale, alla tutela del diritto alla salute. Non esistono erogatori di serie A e di serie B. Esistono prestazioni appropriate, tempestive e di qualità, oppure prestazioni negate o ritardate. Continuare a considerare il privato accreditato come una sorta di “ruota di scorta” o “valvola di sfogo” da utilizzare solo quando il pubblico non ce la fa significa adottare un approccio ideologico che il sistema non può più permettersi.
Un sistema sanitario che funziona è un sistema che utilizza tutte le risorse disponibili, le governa, le integra e le orienta verso obiettivi comuni. Un sistema che invece discrimina, limita o mortifica una parte dell’offerta finisce per diventare autoreferenziale e, per forza e conseguenza, inefficiente. I dati sulla mobilità sanitaria interregionale, che continua a drenare risorse e fiducia, ne sono una dimostrazione concreta.
Per queste ragioni, oggi non basta denunciare gli errori. Serve qualcosa di più: serve una exit strategy chiara, pragmatica e immediatamente attivabile. Per mutuare dalla materia medica: in vista dell’ospedalità programmata oggi serve il pronto intervento.
Una strategia che abbia un obiettivo semplice e non negoziabile: soddisfare subito le richieste di cura della popolazione lucana. Per farlo, occorre agire su alcuni punti fondamentali: riallineare rapidamente le risorse ai fabbisogni reali; utilizzare pienamente la capacità produttiva esistente; intervenire in modo sistemico sulle liste di attesa; ridurre la mobilità sanitaria non con divieti, ma offrendo connessioni e cure tempestive sul territorio; garantire stabilità e programmabilità a chi eroga prestazioni per conto del SSR.
Questa non è una richiesta corporativa. È una cura di sistema. Perché quando una struttura entra in crisi, non è solo un problema aziendale: è un problema di cittadini, di lavoratori, di territori che perdono servizi essenziali. E quando più strutture entrano in sofferenza contemporaneamente, il rischio non è più teorico: è una crisi dell’offerta sanitaria.
Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane sarà necessario tornare su questi temi con ulteriori approfondimenti, dati, proposte operative. Non per alimentare polemiche, ma per costruire soluzioni. L’USC intende fare la sua parte con spirito costruttivo, ma anche con la fermezza che la situazione impone.
Il tempo delle analisi astratte è finito. Il presente della sanità lucana non può restare sospeso in attesa del futuro.
O si governa l’uscita dalla crisi, oppure la crisi schiaccerà e sostituirà il sistema.
Presidente U.S.C. – Michele Cataldi
