CRONACA

Dall’associazione per delinquere alle lesioni, i processi su Askatasuna

Per capire che cosa sia Askatasuna secondo la giustizia bisognerà attendere ancora qualche mese, quando in Corte d’appello verrà discusso il ricorso della procura nel processo che ha coinvolto un gruppo di attivisti dello storico centro sociale di corso Regina Margherita.

Fino ad allora, la definizione del luogo e della sua esperienza resta sospesa tra atti giudiziari, dichiarazioni istituzionali e una narrazione pubblica che da anni oscilla tra allarme e demonizzazione.

Nel frattempo, però, la quotidianità di molti frequentatori – vecchi e nuovi – continua a essere segnata da denunce, arresti, misure cautelari.

Accuse ricorrenti come resistenza a pubblico ufficiale, lesioni o inosservanza dei provvedimenti dell’autorità vengono contestate per singoli episodi avvenuti durante manifestazioni e scontri di piazza.

Un meccanismo che, nella galassia antagonista e non solo, viene letto come “repressione del dissenso” o come una sistematica “costruzione del nemico”.

Su questo terreno si è inserita anche la presa di posizione del procuratore generale del Piemonte, Lucia Musti, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha denunciato l’esistenza di una “area grigia di matrice colta e borghese” troppo indulgente verso le violenze antagoniste.

Un richiamo netto, accompagnato dall’auspicio che i recenti episodi di piazza attirino su Torino l’attenzione di tutte le istituzioni.

Le ultime ondate di provvedimenti giudiziari e di polizia riguardano soprattutto le manifestazioni del 2024 e del 2025, molte delle quali legate alla mobilitazione pro Palestina.

A finire nel mirino sono spesso le nuove leve dell’antagonismo, giovani che – secondo gli investigatori – avrebbero nel centro sociale un punto di riferimento politico e organizzativo.

Eppure, la “madre di tutte le battaglie giudiziarie” resta il cosiddetto maxi-processo Askatasuna. L’ipotesi dell’accusa era che all’interno del centro si fosse formato un nucleo ristretto di militanti in grado di decidere e coordinare azioni violente, dagli assalti ai cantieri Tav in Val di Susa agli scontri con le forze dell’ordine durante le manifestazioni cittadine.

Un’impostazione che però ha incontrato più di un ostacolo: l’accusa di associazione sovversiva non ha superato il vaglio del tribunale del riesame e, nel processo di primo grado, i giudici non hanno riconosciuto l’esistenza di un’associazione per delinquere, pur infliggendo 18 condanne su 26 imputati.

Oggi i pubblici ministeri insistono, con un ricorso che in Appello potrà contare sul sostegno della procura generale. Ma intanto la vita di molti militanti resta scandita da udienze, certificati penali compromessi, periodi di detenzione.

C’è chi ha già scontato condanne definitive e chi, come il veterano Giorgio Rossetto, 64 anni, attende di sapere se i domiciliari diventeranno carcere anche per le parole pronunciate in un’intervista, dove si parlava di “conflitto” e “uso della forza”.

Dentro e attorno ad Askatasuna, però, c’è anche altro: anni di concerti, assemblee, attività mutualistiche, iniziative culturali e politiche che hanno fatto del centro sociale un punto di ritrovo per generazioni di giovani autonomi.

Uno spazio che, per chi lo vive, non è un covo di eversori né una banda di criminali comuni, ma un laboratorio informale di musica, cultura, solidarietà e conflitto sociale.

È proprio questa distanza tra la rappresentazione giudiziaria e l’esperienza vissuta a rendere Askatasuna un caso emblematico.

Non solo di ordine pubblico, ma di rapporto tra istituzioni, dissenso e spazi sociali. Un nodo che i tribunali proveranno a sciogliere con le sentenze, ma che continua a interrogare la città molto oltre le aule di giustizia.

ANSA

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