CRONACA

Spiati o malinformati? Il caso ECM e l’allarmismo mediatico che indebolisce la fiducia nella giustizia

Roma, 26 gennraio – La recente puntata della trasmissione Report di RAI 3,  ha sollevato un significativo allarme mediatico in merito al presunto “spionaggio” dei magistrati attraverso un software denominato ECM, riconducibile all’ecosistema tecnologico di Microsoft.

Una narrazione che, per come è stata proposta all’opinione pubblica, rischia di generare confusione, sfiducia e tensioni inutili all’interno di un comparto istituzionale già fortemente sollecitato.

L’enfasi mediatica trae origine dalle dichiarazioni rese da un dipendente dell’amministrazione giudiziaria che, rivendicando l’anonimato e dichiarandosi in aperto conflitto con la propria amministrazione, ha contribuito a impostare una rappresentazione orientata più allo scontro che all’analisi oggettiva dei fatti.

Tale approccio appare suscettibile di danneggiare l’immagine della macchina giudiziaria nel suo complesso, alimentando attriti interni e indebolendo ulteriormente la percezione della magistratura agli occhi dei cittadini in una fase estremamente delicata per un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato.

Sul piano tecnico, l’utilizzo disinvolto del termine “spiati” impone una riflessione rigorosa.

Se per “spionaggio” si intende il trattamento, la tracciabilità o la gestione di dati digitali attraverso software, occorre ricordare che tali processi interessano quotidianamente l’intera collettività: magistrati, avvocati, commercialisti, medici, funzionari pubblici e cittadini comuni.

Non esclusivamente tramite strumenti ECM o piattaforme Microsoft, ma anche attraverso i servizi erogati da big tech e piattaforme private quali Google, Meta, X (ex Twitter) e, più in generale, l’ecosistema digitale globale.

Il tema non risiede pertanto nell’esistenza della tecnologia, bensì nella sua governance: configurazione corretta degli strumenti, definizione delle responsabilità operative, trasparenza amministrativa, sicurezza informatica e conformità alle normative nazionali ed europee.

Ridurre la questione a un presunto “spionaggio” genera una semplificazione eccessiva di una materia complessa, trasformando un problema tecnico-amministrativo in un caso mediatico potenzialmente destabilizzante.

In questo contesto, si ritiene opportuno che un programma di inchiesta autorevole come Report possa avvalersi di consulenze realmente interdisciplinari, dotate di competenze informatiche avanzate integrate con una solida conoscenza del funzionamento della pubblica amministrazione e, in particolare, dell’amministrazione giudiziaria. Solo tale approccio consente un’informazione rigorosa, utile e responsabile.

“In una fase storica così sensibile per il sistema giustizia – afferma Mauro Nicastri, Presidente della Fondazione AIDR – è fondamentale che il servizio pubblico informi con precisione, equilibrio e competenza.

L’informazione deve chiarire, non alimentare paure; deve rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, non minarla.

Soprattutto in un periodo referendario cruciale, è indispensabile evitare derive allarmistiche che rischiano di compromettere la comprensione dei fatti e la credibilità degli apparati dello Stato”.

 

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