Quando un paese si spegne, non fa rumore
Il grido sommesso di Ruvo del Monte contro lo spopolamento

Un paese non muore tutto insieme. Non c’è un giorno preciso, né una sirena che avverte. Muore un po’ alla volta. Prima chiude un negozio, poi una scuola rischia di non riaprire, poi il medico passa sempre più di rado. Alla fine restano le case chiuse, le strade vuote, i ricordi che resistono più degli abitanti.
Ruvo del Monte è uno di questi luoghi che stanno scomparendo senza clamore. E la lettera del suo sindaco non è una lettera politica come le altre. È una voce che prova a restare umana in mezzo ai numeri. È il tentativo di dire che dietro ogni dato c’è una persona, una famiglia, una scelta sofferta, una valigia fatta senza sapere se ci sarà un ritorno.
Qui il tempo non scorre come nelle città. Qui ogni perdita pesa il doppio. Quando se ne va un giovane non è solo una partenza: è una speranza che si allontana. Quando chiude un’attività non è solo economia: è un luogo di incontro che scompare. Quando muore un anziano, non è solo una vita che si spegne, ma un pezzo di memoria collettiva che se ne va con lui.
Eppure tutto questo accade nel silenzio generale. Nessuna indignazione, nessuna urgenza. Lo spopolamento è diventato normale, quasi accettabile. Come se fosse destino. Ma non c’è nulla di naturale nel vedere un paese svuotarsi mentre chi resta continua a lottare con servizi sempre più scarsi e risorse sempre più fragili.
“Non dimenticateci, ma aiutateci” non è una richiesta di pietà. È una domanda semplice, quasi disarmante: esistiamo ancora? Contiamo ancora qualcosa? Perché restare, oggi, significa resistere. Significa spiegare ogni giorno ai figli perché vale la pena restare in un luogo che sembra non avere più futuro. Significa scegliere l’amore per la propria terra anche quando tutto spinge ad andare via.
Quando un piccolo comune muore, non muore solo un punto sulla mappa. Muore una comunità, una storia, un modo di stare insieme. Muore un pezzo di Italia che nessuna grande opera potrà mai sostituire.
Finché qualcuno scrive, finché qualcuno chiede ascolto, finché qualcuno resta, non tutto è perduto. Ma ogni attesa pesa. Ogni rinvio è una ferita in più. E se anche questa voce dovesse spegnersi, allora sì, resterà solo il silenzio.
E il silenzio, nei paesi, fa più paura di qualsiasi rumore.
